giovedì 2 ottobre 2014

Chris Weller’s Hanging Hearts

Chris Weller’s Hanging Hearts

Self Produced


Trio vincente quello degli Hanging Hearts guidati dal sassofonista Chris Weller affiancato da Cole Degenova alle tastiere e Devin Drobka alla batteria. Weller è stato rapito dal jazz del grande Charlie Parker alla tenera età di 8 anni ed ha studiato, come gli altri due membri, al Berklee College of Music di Boston. Ed è lì che il trio ha preso vita con un linguaggio che propone una sorta di sintesi fra jazz e rock. Brani dalla struttura ben delineata con temi esposti all’inizio e alla fine e con all’interno ampi spazi per l’improvvisazione. La traccia d’apertura “D Rover” evidenzia un ambient fortemente caratterizzato da sonorità energicamente dirompenti e da timbriche naturali. I tre non cercano raffinatezze ma dispiegano una forza espressiva che ascolto dopo ascolto coinvolge sempre di più. Anche la successiva e inaspettata ballad “The Single Petal of a Rose” di Duke Ellington, condotta dal sax di Weller, lirico e avvolgente sull’ oscillante tappeto sonoro delle tastiere di Degenova, è intrisa di una sincera e naturale espressività. E’ un album che brilla di passione, partecipazione e dialoghi, nulla è lasciato in sospeso, ogni porzione è vissuta intensamente dai tre. Ne è un chiaro esempio la trascinante “Early Bird” o l’incalzante “Lucid Dream” con l’ostinato riff di Weller al sax. Ottimo il contributo di Degenova, non fa rimpiangere l’assenza del contrabbasso o di un basso elettrico e la sua presenza è sempre determinante, nel contrappunto e nei soli, così come il drumming dell’infaticabile Drobka denso di fragori rockeggianti. In definitiva un album che si contraddistingue anche per l’invidiabile equilibrio fra passato e presente e che declama a gran voce l’intuizione di layout espressivo singolare che, non ha caso, arriva dalla "wind city".


venerdì 26 settembre 2014

Root of Things

Matthew Shipp Trio

Relative Pitch


Dopo Piano Sutras, uscito sul finire del 2013 e di cui potete leggere qui la recensione, riecco il pianista Matthew Shipp in trio con i fidati Michael Bisio al contrabbasso e Whit Dichey alla batteria, in questo cd uscito la scorsa primavera mentre oggi sono già disponibili  per i miei prossimi ascolti, i più recenti Cosmic Lieder The Darkseid Recital, in duo con il sassofonista Darius Jones, e il suo nuovo, piano solo, I've Been To Many Places. Di entrambi vi racconterò nelle prossime settimane. Root of Things è un album che travolge lo spazio temporale necessario per il suo ascolto, questo già ad iniziare dalla title track dal tema breve ma sublime sul quale, Shipp, innesca un ostinato e variegato reticolo improvvisativo.  L’intreccio delle parti è intenso, giocato su una miriade di note, di pulsazioni, di ritmi come quello che impingua la quasi interminabile “Jazz it”. C’è un solido legame col passato nel pianismo di Shipp e una grande interpretazione del presente, uno status ottimale raggiunto dal musicista, una sorta di maturata ed equilibrata espressività  dopo anni di esplorazione di orizzonti contaminanti. “Code J” ha una punteggiatura sfaccettata, ricca di accenti e incandescenze, ma non disdegna aperture delicate e morbide. La componente ritmica si sposta in prima linea nelle successive “Path” e “Pulse Code”. Nella prima, come nella seconda, sono le intro a risultare a totale appannaggio rispettivamente di Bisio che sfodera l’archetto alternandolo per buona parte alle dita della mano nell’esplorazione asettica di una scena sonora in cui a breve irromperanno pianoforte e batteria; di Dickey fantasmagoricamente fremente come ad annunciare, con il suo drumming dirompente le nervose e rimbombanti  giravolte di pianoforte e contrabbasso. Un altro capitolo inesauribile, anche dopo vari ascolti, della magnificenza artistica non solo di un grande musicista come Shipp, ma di un superbo trio della scena jazz contemporanea. 


domenica 21 settembre 2014

Oktopus Connection

Oktopus Connection

Setola di Maiale


Se l’etichetta discografica Setola di Maiale dichiara senza mezzi termini di occuparsi di musiche non convenzionali allora è sicuramente lecito trovare nel suo catalogo una produzione unica nel panorama jazz italiano. Oktopus Connection è il suo nome ma anche quello dell’ottetto tutto italiano che l'ha incisa. Otto musicisti che rispondono ai nomi di Riccardo Marogna, Piero Bittolo Bon, Alberto Collodel, Marcello Giannandrea e Nicola Negri ai fiati; Niccolò Romanin alla batteria e agli effetti speciali; Giambattista Tornielli al violoncello e Luca Ventimiglia al vibrafono. Tutti interessati alla ricerca nel campo del jazz sperimentale e guidati dal clarinettista e sassofonista padovano Riccardo Marogna. Come precisato da quest’ultimo, in sede di presentazione del progetto, si tratta di “un’improvvisazione collettiva su partiture grafiche” che tradotto in concreto delinea una serie di notazioni grafiche, tracciate dallo stesso Marogna, che danno vita a degli stadi sonori che vanno via via moltiplicandosi e in cui può ritrovarsi ogni musicista coinvolto. Il tutto si realizza naturalmente in relazione con altri musicisti ed ogni esecuzione ha una sua identità sempre diversa dalla precedente o dalla successiva . C’è nei fatti e alla base di questa concezione dello sviluppo dell’improvvisazione jazz, un preciso riferimento alla teoria dei grafi usata sia in matematica che in informatica. Sei le parti, in cui è suddivisa quella che poi può essere definita una suite, ognuna delle quali è identificata con un preciso numero e tutte denominate “Graph”. L’ascolto riserva sorprendenti paesaggi sonori in ambiti variegati, in cui prendono vita strutture multiforma che alternano intensi contrasti sonori a porzioni rarefatte. Si passa da atmosfere cameristiche ad interazioni puramente free e da un brano all'altro è tutto un brulicare di suoni e dialoghi imprevedibili. Tensioni e rilassamenti si alternano fra dinamiche in continua mutazione. E' un'esperienza di ascolto di grande impegno ma sicuramente ricambiata dalla qualità della performance che ci fa apprezzare un ensemble che guarda oltre il mare del prevedibile, percorrendo territori comuni a quelli battuti da musicisti come Anthony Braxton o Bill Dixon. Marogna e soci hanno molte frecce ai loro archi e sopratutto coltivano il gusto dell'azzardo. Avanti così ragazzi!


martedì 16 settembre 2014

Joy In Spite Of Everything

Stefano Bollani

Ecm



Non sono mai stato un ammiratore del personaggio Bollani, mentre ho sempre apprezzato e riconosciuto le qualità del musicista Stefano Bollani di cui non ho mai dimenticato il pregevole livello di lavori come Piano Solo e I Visionari  entrambi pubblicati nel 2006. Oggi a sorprendermi è questa nuova produzione per la Ecm. Nove composizioni ad esclusiva firma del nostro, tutte nuove di zecca, un quintetto che ingloba il collaudatissimo Danish Trio, con Jesper Bodilsen al contrabbasso e Morten Lund alla batteria, e che si completa con il sassofono di Mark Turner e la chitarra di Bill Frisell. Un ambient gioioso e vivido, quello in cui si muove l’ensemble che predilige un’espressività intrisa di cool jazz, con temi di elevata fattura e porzioni improvvisative che mettono in stretta correlazione tutti i cinque musicisti. E se l’iniziale “Easy Healing” calipso morbido e sinuoso, annuncia piacevolmente l’alto grado di godibile ascolto che riserverà l’intera selezione, è “No Pope No party” eseguita in quartetto senza Frisell, a non nascondere la consueta ironia del giullare Bollani. Ma l’album offrirà gemme lucenti come “Alobar e Kundra” esempio lusinghiero di piano trio con il leader in cattedra; le armonie gentili di “Vale” questa volta in quintetto; l’estroso, quanto raffinato e cangiante, dialogo a due Bollani-Frisell  in “Teddy”. Torna il quartetto, senza Turner, nella traccia finale che da il titolo al cd ed è ancora un gioco a due tra Bollani e Frisell ma, questa volta, con il supporto solidamente ritmico di Bodilsen e Lund. Prova da dieci e lode per l’esuberante e magistrale pianista che ha integrato, meravigliosamente, un accorto Turner e un cesellatore fine e discreto come Frisell.


venerdì 12 settembre 2014

Mise en Abîme

Steve Lehman Octet

Pi


C’è una grande quantità di frenesia ritmica, di fiati fluttuanti, di concezioni moderne ed espressività alternative nel linguaggio del sassofonista Steve Lehman che, con lo stesso ottetto con il quale realizzò lo stellare Travail, Transformation e Flow, si ripropone in questo riuscitissimo cd. Qui il nostro prova a condensare la tradizione jazz, vedi la rilettura di alcune composizioni di Bud Powell come “Glass Enclosure” e “Parisian Thorougfare”, con i principi di armonia spettrale decantate e applicate dal compositore francese Tristan Murail. Il resto è una ampia apertura a tecniche e linguaggi avanzati della musica contemporanea, che trova l’ensemble in perfetta sintonia, impegnato in un gioco fittissimo di scompaginanti interazioni e fulminanti soli con un front-line di fiati che vede allineati, oltre al leader all’alto sax e ai live eletronics, Jonathan Finlayson, tromba; Mark Shim, sax tenore; Tim Albright, trombone. Poi il comparto ritmico, con Chris Dingman alla prese con un vibrafono preparato su misura, con accordature alternative, Drew Gress al contrabbasso e Tyshawn Sorey alla batteria. Dinamiche travolgenti in un ambient di sonorità urbane che incalzano l’ascoltatore, come nella splendida “Autumn Interlude” che segue l’omaggio in “Codes:Brice Wassy” al grande batterista camerunese o nella percussiva “Chimera / Luchini”. Poi, dopo tanto futurismo, ecco la già citata “Parisian Thorougfare” di Powell, una parentesi nostalgica e rarefatta che unisce, in una atmosfera spettrale, una vecchia registrazione privata di Powell, di cui si ascolta anche un parlato, con i fraseggi del sax di Lehman a chiusura di un disco prezioso da custodire con cura.


venerdì 25 luglio 2014

Speak Random

Omit Five

Slam


Dopo il promettente esordio dello scorso anno con l’omonimo album, qui recensito, il quintetto degli Omit Five ritorna con questo cd in cui: Mattia Dalla Pozza (sax alto); Filippo Vignato (trombone); Joseph Circelli (chitarra); Rosa Brunello (contrabbasso); Simone Sferruzza (batteria) ribadiscono quelle che sono le linee guida del loro layout musicale, ovvero, un gradevole cool jazz misto a frequenti risvolti post-bop a volte viranti  verso orizzonti  mainstream. Eppure fra le tredici tracce di questo gradevole cd si rivelano desideri, non tanto nascosti, di avventure fuori dai canoni predominanti di questo lavoro. Sono episodi di breve durata, frammenti di idee a cui dare subito forma e consistenza che si sviluppano prevalentemente in duo o in solitudine. Segno che qualcosa di non convenzionale cova negli animi di questi cinque giovani musicisti che, in occasione della seconda loro opportunità discografica, si mostrano  sicuramente maturati e assurti a ruolo di musicisti navigati. Le loro composizioni appaiono ben strutturate e denunciano un’ideazione di base che tiene conto degli elementi primari necessari nella stesura di un brano di jazz che tale si possa definire. E il caso di “Vain” traccia di apertura delle selezioni di questo cd e di brani come “Pomeriggi Ameni” e della fluida “I Wanna Feel Nasty”. Poi arriva un’intrigante ballata “Three Views of a dream” e l’osante “Anni Luce” che mostra commistioni interessanti e bagliori rockeggianti, attraverso un’evoluzione non preconfigurabile. Il resto è più o meno velato da una certa convenzionalità, seppur di pregiata fattura, perché questi cinque ragazzi, come già prima puntualizzato, hanno prerogative stilistiche di qualità. E allora forse servirebbe più coraggio e intraprendenza ma nel frattempo va bene così.

domenica 13 luglio 2014

Pas De Deux

Martha J. & Francesco Chebat

Clessidra

Tornano in duo, la vocalist Martha J. e il pianista Francesco Chebat, così come avevano iniziato la loro collaborazione nel 2008. Lei, diplomata all'accademia delle belle arti N.A.B.A. di Milano, ha iniziato accompagnandosi con la chitarra e interpretando canzoni di cantautori americani e brani di folk irlandese, fino a quando nel 1999 non è approdata al jazz. Chebat ha studiato al Conservatorio di Milano, ha frequentato successivamente seminari e corsi di perfezionamento vari, ai quali ha fatto seguito un'intensa attività di sideman. Si chiamava No One But You quel primo album che raccoglieva la loro personale interpretazione di alcuni standard del jazz. Dopo altri tre cd in quartetto i due ritrovano una dimensione più intimista, voce e pianoforte, questa volta alle prese con otto composizioni originali. Lei ne ha scritto i testi, lui ne ha composto le musiche, ad esse hanno  aggiunto: un classico come “Night and Day” e una delle perle del songbook di Joni Mitchell “Both Sides now”. Pas De Deux è un album senza veli e senza inganno, che rivela fin dalla prima traccia la sua reale essenza, ovvero, il feeling tra una pianoforte e una voce, tra una vocalist e un pianista. Un canto jazz intriso di blues, raffinato, intenso, supportato da un pianismo tecnicamente ineccepibile, emotivamente profondo e struggente, pronto a sottolineare i cambi d'atmosfera che la vocalità luminosa ed estesa della J. infondono alla performance esecutiva. Con l'iniziale “Here and Now” si entra nell'universo musicale del duo e si apprezza la discrezione, l’espressività semplice ma intensa di lei e il pianismo variegato di lui, con i contrappunti, i fraseggi tra un ventaglio di note, le parti improvvisate mai debordanti oltre le coordinate armoniche del brano. La successiva “Martha’s Same Old Blues” è un blues verace, nervoso, interpretato con scioltezza dal duo, una parentesi esclusiva all’interno della selezione che poi torna su atmosfere più delicate e ricercate, come quelle del brano che da il titolo all'album e di “Run The Risk of Love” struggenti e velate di soul. Ricca di introspezione e fedele all’interpretazione dell’autrice il reprise di “Both Sides Now” di Joni Mitchell; magistrale e personalissima la versione della notissima “Night and Day”. Dieci pregevoli episodi per un album decisamente raccomandabile.

martedì 8 luglio 2014

XY Quartet

XY Quartet

nusica.org



A certificare la buona salute del jazz italiano oggi sono in tanti: addetti ai lavori, critici, musicisti stessi e sopratutto il pubblico che frequenta i concerti. Una certificazione che non può non passare, in primo luogo, da quell'ambito di diversità e completezza che è l'etichetta discografica nusica.org che già definire etichetta è più che riduttivo. Da anni il  musicista veneto Alessandro Fedrigo, bassista, che di essa è l'anima, ha promosso produzioni discografiche di notevole rilievo e privilegiata originalità. Ne è ulteriore esempio anche questo secondo lavoro del XY Quartet preceduto da una campagna di crowdfunding via web. Una produzione che è anche l'emissione n.5 dell'etichetta trevigiana e che mette insieme le filosofie musicali del sassofonista Nicola Fazzini e quelle di un cultore della chitarra basso acustica quale è Alessandro Fedrigo. Due identità di pensiero sicuramente diversi l'uno dall'altro che mostrano però di poter essere complementari nelle otto composizioni, 4 per ognuno, inserite in questo omonimo cd in cui i due musicisti si avvalgono del contributo del vibrafonista Saverio Tasca e del batterista Luca Colussi. Un avvicendamento quindi rispetto al quartetto che realizzò l'ottimo Idea F dove al vibrafono c'era Luigi Vitale. Fazzini fa riferimento alla teoria degli insiemi per descrivere il suo tratto compositivo, il sassofonista si concentra su gruppi di note che modella a suo piacimento secondo formule innovative in cui convivono, in armonia alla parte scritta, spazi riservati all'improvvisazione. Fedrigo, dal canto suo, predilige composizioni dalle strutture ad intervalli che, via via, si evolvono in assoluta coerenza con l’idea compositiva iniziale, anche loro impinguate di porzioni di libera improvvisazione. In entrambi gli ambiti sono poi le parti ritmiche a ricoprire un ruolo fondamentale, dando corpo e dinamica allo sviluppo dei brani. L’album si apprezza sempre di più ad ogni nuovo ascolto, mostrando l’ingegno musicale della coppia Fazzini-Fedrigo che già col precedente lavoro ci avevano introdotto al loro linguaggio espressivo che, se da una parte mette in campo strutture che farebbero supporre una ferrea rigidità, dall’altra traccia aperture scompaginanti, pur sempre nell’ambito di un contesto armonico assolutamente aderente al tema di base. C’è nei fatti una sintesi decisamente originale fra arte musicale contemporanea e interattività ed estemporaneità tipicamente jazzistiche. A tutto questo si aggiungono le peculiarità stilistiche dei quattro protagonisti e la loro non comune sensibilità  musicale. Fazzini risulta sempre essenziale e mai debordante di inutili personalismi; Fedrigo, in un contesto sovrabbondante di dinamiche ritmiche, eleva come meglio non potrebbe il ruolo della sua chitarra basso acustica; Il vibrafono di Tasca si colloca come elemento determinante nella giunzione di armonie ritmiche e melodiche e la batteria di Colussi si erge con un tratto percussivo fondante per l’espressività del combo. Da “Spazio Angusto” di Fazzini che apre l’album a “Futuritmi” di Fedrigo che lo chiude il percorso di ascolto è avvincente e vario e tra gli episodi più intensi non posso non segnalare “Astronautilo” di Fedrigo, dalle tante sfaccettature ritmico-melodiche; “H2O” di Fazzini che prende vita da una sorta di impulsi poliritmici in continuo crescendo, la frenetica e jazzistica “Jon Futuru” ancora di Fedrigo, nonché l’esotica e mutante “Tatami” di Fazzini.


venerdì 27 giugno 2014

Last Dance

Keith Jarrett / Charlie Haden

Ecm


Si ritrovano insieme dopo anni Keith Jarrett e Charlie Haden, in duo, piano e contrabbasso, e un'altro tassello si aggiunge all'ampia produzione discografica del singolare pianista americano. Anche in questo caso però si tratta del recupero di registrazioni del passato, anche se recente, della sua produzione e come spesso accade risulta difficile non essere attratti dal suo verbo jazz. Se poi accanto al nostro ritroviamo un contrabbassista del calibro di Charlie Haden l'incanto si ripropone anche al cospetto di alcune registrazioni, queste contenute nel cd, datate 2007 e realizzate nello studio privato di Jarrett. Una sorta di continuazione di quanto già ascoltato nell'album Jasmine, uscito nel 2010 e firmato dagli stessi. Nove noti standard, due dei quali “Where Can I go Without You” e “Goodbye” già presenti nel precedente, con una prevalenza di soffuse ballate intervallate dalle bobbistiche Round Midnight di Monk e Dance of the Infields di Powell. Standard straconosciuti che sembrano illuminarsi di una luce soffusa e ammaliante perché il pianista appare particolarmente ispirato, i suoi fraseggi sono intrisi di struggente liricità e Haden, al contrabbasso, puntella con la sua consueta maestria ogni passaggio, ogni porzione di quello che è un intenso interplay. Un dialogo fitto giocato, in egual modo, sia nell'ambito del temi che nelle parti improvvisate, senza sbavature o esagerazioni.   Un incontro informale nato per il solo piacere di suonare insieme, l’uno e l’altro intenti a tracciare un equilibrio espressivo  esclusivo dall’alto di una classe immensa con la quale sfogliano pagine immortali del grande songbook jazz.