giovedì 12 aprile 2018

Intervals 1

Franco D'Andrea Octet

Parco della Musica



Dopo le esplorazioni in trio degli ultimi tre album della sua discografia, quelli pubblicati tra l'aprile 2016 e il febbraio 2017, Trio Music vol.1-2-3, Franco D'Andrea riunisce i sei musicisti che con lui hanno suonato in questi lavori e  con l'aggiunta di un chitarrista, forma  un ottetto per un progetto inedito: Intervals 1, registrato dal vivo al Parco della Musica di Roma il 21 marzo 2017 e di cui in autunno verrà riproposta una versione in studio. Otto brani originali concepiti e interpretati, oltre che dallo stesso D'Andrea al pianoforte, da Andrea Ayassot ai sax alto e soprano; Daniele D'Agaro al clarinetto; Mauro Ottolini al trombone; Enrico Terragnoli alla chitarra; Aldo Mella al contrabbasso; Zeno De Rossi alla batteria e Luca Roccatagliati alle elettroniche. 

E' un D'Andrea che apre nuovi orizzonti alla sua musica, che guarda con grande attenzione ad una espressività densa di free, seppure non manca una sorta di strutturazione degli interventi e degli inserimenti che danno vita allo sviluppo dell'idea che sta alla base di ogni brano. E' inoltre un D'Andrea che riporta nell'ottetto quanto già sperimentato in uno dei tre album in trio e più specificatamente nell'ìncontro con il dj Rocca (al secolo Luca Roccatagliati) mentre è totalmente inedito il coinvolgimento del chitarrista Enrico Terragnoli. Il risultato è un album intenso che si apre con un esercizio stilistico del leader che traccia poi le coordinate di quello che sarà il tema del brano che prende forma gradatamente e che si sviluppa in un crescendo vorticoso fino a culminare in una apoteosi corale di libera espressività, prima che tutto si affievolisca per poi scemare. E' invece una sorta di interludio l'intro di “Afro Abstraction” tutto ad appannaggio dei fiati, lamentosi, borbottanti, mentre si fa avanti la ritmica ipnotica, incalzante, ricca di ostinati che intersecano gli interventi svolazzanti di ogni componente l'ottetto. Arduo descrivere tutto ciò che si genera nei 12 minuti di durata del brano che precede la terza traccia “Intervals 2 / m2+m3” che si apre sulle note quasi hard-rock della chitarra di Terragnoli e le elucubrazioni elettroniche di Dj Rocca prima che il tutto si trasmuti in un incedere blues. 

Man mano che l'ascolto scorre di brano in brano ci si rende conto della potenzialità artistica del pianista di Merano di cui non finiremo mai di scrivere anche a costo di annoiare i nostri lettori, un musicista mai appagato di novità e sempre alla ricerca di stimoli nuovi e di sfide intriganti. Nel contesto dell'album in oggetto è straordinaria la capacità sua e dei suoi musicisti di fare sintesi tra tradizione e contemporaneità, basta ascoltare “Intervals 3 / Old Jazz”, di amalgamare suoni elettrici e acustici senza risultare inopportuno e banale, di concepire un'opera certamente unica nella produzione del jazz di oggi. Un musicista che potrebbe sedere sugli allori di una produzione che abbonda di preziose perle sonore a partire da quelle firmate “Perigeo” e che passa ancor prima attraverso un'altra opera unica della sua ampia discografia, quel Modern Art Trio registrato nell'aprile del '70 a Roma insieme a Franco Tonani alla batteria e Bruno Tommaso al contrabbasso. 

Tornando alla realtà di oggi devo aggiungere che D'Andrea con il progetto Intervals interpreta come meglio non potrebbe il concetto di jazz legato alla estemporaneità, ovvero alla sua essenza primaria dell'improvvisazione e quindi connesso alle condizioni ambientali e umorali di ogni singolo musicista. Ed ecco quindi la felice ed opportuna scelta di riproporre in autunno lo stesso progetto, questa volta però attraverso una registrazione in studio, come già anticipato in apertura di questa recensione. 

Nell'attesa godiamoci Intervals 1 una felice intuizione, un'opera di valore assoluto.

domenica 14 gennaio 2018

Harvesting Minds

Filippo Vignato Quartet  

Cam Jazz  


Fino a qualche anno fa si scriveva di Filippo Vignato come di un giovane musicista jazz ricco di talento e molto promettente. Poi sul finire dell'estate 2016 arrivava il suo Plastic Breath in trio con il pianista francese Yannick Lestra e il batterista ungherese Attila Gyarfas e a fine anno il referendum della rivista Musica Jazz lo incoronava “Miglior Nuovo Talento” del Top Jazz 2016. A più o meno dodici mesi dall'uscita di Plastic Breath  ecco Harvesting Minds in quartetto con Giovanni Guidi, Mattia Magatelli e Attila Gyárfás, rispettivamente pianoforte, contrabbasso e batteria, con un album che non ritorna sulle spigolature e sui suoni elettrici del precedente ma viaggia su territori più raffinati utilizzando sonorità prettamente acustiche. Un album che denota una raggiunta maturità compositiva, espressiva e stilistica che il musicista veneto esibisce nelle undici tracce che lo compongono. Il tutto è già evidente nell'intro di piano solo della title track: un tema struggente che ci catapulta nell'universo sonoro di questo album nel quale Vignato sciorina pregevoli melodie. Il suo trombone si esprime con autorevolezza e rara attinenza in ogni situazione, debordante sempre e comunque di una identità sonora che da tempo lo contraddistingue. Coadiuvato come meglio non si potrebbe da Guidi al pianoforte e da una splendida sezione ritmica, sviluppa le sue composizioni tra scrittura e improvvisazione. Brani come “Just Before Leaving” sono insieme alla rassicurante “Home” e alla sofisticata “Neverland Last Days” i migliori esempi di quanto ho appena affermato. Ma non è tutto, perché andando avanti nell’ascolto ci si imbatte in episodi di singolare esclusività che vedono il trombonista vicentino in totale solitudine nell’ironico e clownesco “Dark Glare”;  in tandem con il contrabbasso di Magatelli in “Reflections” e in trio, pianoless, nell’articolata e  conclusiva “Trust”. Il resto è tutto da godere perché con Harvesting Minds il Vignato  degli Omit Five, di cui vi raccontai in questo blog anni fa, ha concepito un album tra i migliori dell’ appena andato 2017.


giovedì 20 aprile 2017

Daylight Ghosts

Craig Taborn

Ecm



Un altro album per l’etichetta Ecm, il terzo, per il pianista americano Craig Taborn questa volta in quartetto con Chris Speed al sax e al clarinetto, Chris Lightcap al contrabbasso e al basso elettrico e con David King alla batteria. Un nuovo ambito dopo il piano solo di Avenging Angel e il trio di Chants. Il climax è quello molto vicino al tipico sound Ecm ma Taborn, che qui fa uso anche di elettroniche, sembra particolarmente ispirato trovandosi ad operare nel cerchio magico di Manfred Eicher. 

Nove brani che formano la selezione dell’intero cd, tutti originali e a firma del leader ad eccezione della traccia n.7, la “Jamaica Farewell” dell’amatissimo Roscoe Mitchell. Un album per certi versi tenebroso, dai toni scuri ma decisamente affascinante per la fluidità di alcuni episodi, come l’iniziale “The Shining One” o per l’imprevedibilità di altri come “Abandoned Reminder” giocato sulle modulazioni di una ballad che in seguito, inaspettatamente, si sviluppa in crescendo attraverso un’essenza improvvisativa collettiva. Quest’ultimo aspetto è insito anche nel fluire dinamico e libero di “New Glory” introdotta dal drumming di King. Accenni lirici, melodie appena tracciate e poi lasciate naufragare tra le onde inerpicanti della sezione ritmica, queste le sfaccettature ricorrenti nell’ascolto della selezione inclusa nel cd. 

Giro di boa con “The Great Silence” traccia n.5 tra l’insinuante intro del clarinetto di Speed e i  risvolti rarefatti del pianoforte del leader, prima che l’intero quartetto riemerga in collettiva assonanza. Il tunnel buio e ridondante, che disegna Lightcamp con il suo contrabbasso in “Ancient” è ostinato, anche quando si illumina dei suoni di pianoforte e fiati e il suo incedere sembra incalzarti. Narrativa e brulicante di fermenti improvvisativi è il reprise di “Jamaican Farewell”  mentre “Phantom Ratio” con il suo ambient iniziale, avvolto di mistero e i percorsi fluenti di ritmo ed umori elettronici che ne seguono, mi conduce alla fine di questo magnifico lavoro. 

Assolutamente da ascoltare e da possedere, questo album di Taborn e compagni si  candida  a raccogliere i fasti di uno dei migliori album di questo 2017.


mercoledì 1 febbraio 2017

A Long Trip / With You

Marco Trabucco

Abeat



Nuovo album per il contrabbassista veneto Marco Trabucco la cui biografia racconta di folti studi e approfondimenti con illustri insegnanti come Glauco Vernier, in prima istanza, poi successivamente Curtis Lundy e Marc Abrams, nonché di esperienze anche in ambiti non esclusivamente jazz. Un album inciso in quintetto con un trio di base che include oltre al leader, al contrabbasso, anche Matteo Alfonso al pianoforte e Marco Carlesso alla batteria e con ospiti Gianluca Carollo alla tromba e Andrea Grezzo alla chitarra.

E’ un jazz, quello di Trabucco e del suo combo, senza pretese innovative, senza spigoli improvvisativi, concepito con un gusto, condensando musicalità e armonia ed eseguito con raffinata professionalità strumentale. La scrittura dei sette brani inclusi nel cd è di pregevole qualità e i temi sono coinvolgenti ed evocativi. 

Il trittico iniziale: “Cicles” “Otranto” e la title track, include gli elementi appena citati e pone in evidenza il fine interplay che alberga nella dialettica del gruppo, pur nel rispetto dei ruoli di primo piano che vengono riservati a turno al contrabbasso del leader, autorevole, espressivo, impinguato di fine liricità; alla tromba di Carollo, dalle venature struggenti e cool; agli umori blues della chitarra di Grezzo. Il tutto supportato dal raffinato pianismo di Matteo Alfonso, denso di contrappunti, ritmicamente essenziale, in cui il nostro si mostra magnifico cesellatore di architetture sonore di rara fattura. Senza dimenticare il drumming mai esorbitante ma sempre espresso con opportunità disarmante, discreto, ma fondamentale, di Carlesso. I tre brani immergono l'ascoltatore nel poetica musicale del contrabbassista veneto, una poetica che si fa fluida fra accenni bop e dinamiche mainstream in “Green Dance” e che esalta l'anima jazz di Alfonso. 

Poi la snella ma intrigante struttura di “How Did The Cat Get So Fat?” tra parti incalzanti ed interludi ballad che mi accompagna verso la fine di un album che sa sempre farsi apprezzare ogni volta che lo lascio in pasto al mio cd-player.

sabato 14 gennaio 2017

Plastic Breath

Filippo Vignato

Auand                                                                                                                                                           

É noto da sempre come la riuscita di un progetto in campo musicale, così come in altri ambiti, nasca dalla sinergia, dalla comunanza di intenti e dalla condivisione degli obiettivi finali fra tutti i soggetti coinvolti nel progetto stesso. Così ha preso vita e si è sviluppato questo recente lavoro del trombonista veneto Filippo Vignato, classe 1987, già apprezzato nelle file del gruppo Omit Five, di cui potete leggere qui la recensione del primo, omonimo album, nonché del successivo Speak Random. 

Musicista impegnato in svariate collaborazioni, non ultima quella con Piero Bittolo Bon e il quartetto Bread & Fox, Vignato ha incontrato qualche anno fa a Parigi Yannick Lestra e Attila Gyarfas, rispettivamente tastierista e batterista, francese il primo; ungherese il secondo, e da lì l’input, dove un’attiva frequentazione, per la realizzazione del primo album a suo nome in cui, il nostro, accosta le sonorità calde ed acustiche del suo trombone ai suoni plastici del Fender Rhodes di Lestra e al mosaico ritmico di Gyarfas. Si è così realizzata un’idea che covava nella mente del trombonista veneto da molti anni.

Nove composizioni, tutte originali, in buona parte firmate dal musicista italiano, altre cofirmate insieme a Gyarfas e Lestra, che coniugano ricercatezza e interplay in un caleidoscopio di sonorità intriganti e innovative. E’ un trombone borbottante ad aprire le selezioni con “The Meeting” che il leader percorre nel finale con una sinuosa armonia. A seguire “Lev & Sveta” pulsante, ostinato, il suo tappeto ritmico e sonoro accoglie a meraviglia il duttile eloquio di Vignato, gracchiante e filtrato nell’intro, denso di feeling e melodia nella parte centrale. Poi gli spasmi free di “Red Skin Hymn” riportano in auge i bagliori di un certo jazz-rock anni ’80. 

La cifra stilistica del trombonista veneto e del suo trio sembra però essere l’arte del variare di brano in brano l’ambient e le strutture delle sue creazioni musicali ed ecco “Provvisorio” insinuante ballad intensa e accattivante. Ancora più sofisticata, di maggior respiro e adulta appare poi “Windy” mentre nel finale colgono di sorpresa il riff trascinante di “Stop These Snooze” e il minimalismo di “Microscopy”. 

Il trio di Vignato delinea un layout inedito che ha già nella configurazione strumentale di base del combo la sua esclusività. C'è da ipotizzare grandi sviluppi ma nel contempo godiamoci questo bellissimo lavoro, uno dei migliori dell'appena andato 2016.

domenica 27 novembre 2016

Rows and Rows

Keefe Jackson / Jason Adasiewicz

Delmark





Il sassofonista e clarinettista Keefe Jackson, da Fayettevile, in Arkansas, dove è nato, si è trasferito a Chicago nel 2001, di lui ho scritto a proposito di uno dei suoi album di qualche anno fa, A Round Goal, leggetene qui la recensione se ne siete curiosi. Nella città del vento il nostro ha trovato gli stimoli giusti per realizzare i suoi progetti, grazie alle opportune collaborazioni con musicisti come Josh Berman, Dave Rempis, Mike Reed, Jason Roebke, solo per citarne alcuni. Tra questi anche uno dei più rappresentativi vibrafonisti del jazz contemporaneo, ovvero: Jason Adasiewicz. Il frutto della collaborazione in duo, con quest'ultimo, è un album registrato a Chicago nel giugno del 2015. Un album giocato tra scrittura e improvvisazione nell'ambito di nove composizioni originali scritti in massima parte da Jackson e in minor misura da Adasiewicz. L'intento è quello dichiarato senza mezzi termini da i due protagonisti: esplorare le composizioni e da lì generare gli elementi per l'improvvisazione. Quindi nulla di trascendentale e nessun elemento inedito nell'arte di suonare jazz. Eppure quello che ne viene fuori è l'insieme di nove episodi intrisi di pregevoli dialoghi ad iniziare dalla introduttiva “Caballo Ballo” ironica in alcuni frammenti, fatta di batti e ribatti, di fughe e rincorse, di porzioni improvvisate giocate su svariate sfaccettature timbriche. Poi c'è il lirismo incantevole di “A Rose Heading” il brio e le sinuosità di “Swap” gli umori bop della title track, le venature blues di “Putting it On Taking it Off” e tanto altro ancora. Jackson e Adasiewicz viaggiano in perfetta sinergia, si scambiano ruoli e posizioni, si inventano storie sonore intrise di rara bellezza travalicando anche i confini del genere jazz e restituendoci un album di grande levatura e quindi altamente consigliato.

lunedì 21 novembre 2016

The Music Of Carla Bley

Andrea Massaria / Bruce Ditmas

nusica.org


Al traguardo della sua decima produzione l’etichetta nusica.org propone il duo Andrea Massaria, chitarrista, Bruce Ditmas, batterista, alla prese con alcune delle pagine più belle del songbook di Carla Bley. Due le componenti che si evidenziano in questo album: la ricerca sonora sulla sei corde elettrica di Massaria, che si aiuta non poco con l'elettronica, nonchè il drumming fluorescente e dinamico di Ditmas. Due aspetti determinanti nel layout espressivo di questo duo che insieme danno una rilettura inedita delle sei composizioni della Bley. Ma c’è di più, perché le composizioni vengono reinterpretate e reinventate in un ambient che alterna esposizione del tema e improvvisazione, il tutto in un contesto a volte rarefatto, altre volte nervoso. La chitarra di Massaria sa essere lirica, velata di una sottile timbrica old-fashioned, quando espone temi come quello dell'iniziale “Ida Lupino”; incalzante, quando mutando totalmente sonorità la si può scambiare per un organo Hammond, mentre si confronta con il drumming dilagante di Ditmas in “And Now The Queen”. Ma i sei episodi di questo godibile lavoro celano anche le rarefazioni ambientali di “Ohlos de Gato”; gli eloqui sonori e le mutazioni percussive della splendida “Vashkar”; lo struggente tema di “Utuiklingssang” e il magma ritmico di “Batterie”. Un mosaico variegato e affascinante di quadri sonori che fanno di questo lavoro un altro prezioso progetto che esce dalla fertile fucina di arte sonica della trevigiana nusica.org.

lunedì 7 novembre 2016

Il Solar Sound del quartetto di Greg Burk al Torresino di Padova

31.10.2016

live concert


Serata da incorniciare quella del 31 ottobre scorso al Torresino di Padova, come tante per l'organizzazione di Centro d'Arte 70. In scena il quartetto del pianista Greg Burk: Marc Abrams al contrabbasso, Enzo Carpentieri alla batteria e con ospite il cornettista Rob Mazurek. Un quartetto che costituiva per tre quarti la struttura del Lunar Quartet del sassofonista danese John Tichai. Eravamo nel 2008, Tichai sarebbe scomparso quattro anni dopo. L'idea di quel quartetto è rinata qualche mese fa, nell'ambito del S.Anna Arresi Jazz Festival, grazie a Greg Burk che ha coinvolto in questa nuova versione di quel combo il cornettista chicagoano Rob Mazurek. 

martedì 25 ottobre 2016

Chicago Conversations

Peter A. Schmid

Creative Works


Classe ’56, svizzero di nascita e residenza, ha trascorsi importanti con musicisti come Evan Parker, Pierre Favre, Barry Guy. E’ il sassofonista e clarinettista svizzero Peter A.Schmid, infatuato di free e degli umori della windy-city a tal punto che pianificando una pausa nella sua attività professionale di medico è volato a Chicago il 31 agosto del 2014 e, arrivato a destinazione, si è chiuso per un giorno allo Strobe Recording  registrando nell’arco di 24 ore questo album ora edito dalla Creative Works. Ventiquattro tracce tra frammenti sonori e brani veri e propri, a differenziali la durata in termini di tempo, alcuni infatti non superano il minuto, in cui il nostro (clarinetto basso e contrabbasso, sax baritono e sopranino) interagisce con le percussioni di Michael Zerang; il clarinetto basso e il sax tenore di Keefe Jackson; il clarinetto contralto di Wacław Zimpel; le percussioni di Frank Rosaly; il contrabbasso di Albert Wildman; la cornetta di Josh Berman e il trombone di di Nick Broste. Un ventaglio di combinazioni variegate riassumibili in quindici duetti e nove trii, una tendenza chiara verso un ambito dì espressività improvvisata, prevalentemente fatta di sonorità cupe e fragori percussivi. Composizioni che prendono vita istantaneamente alle loro esecuzioni, climi nervosi, timbriche spesso estremizzate, fraseggi imprevedibilmente swinganti quando a confrontarsi sono strumenti a fiato e umori cameristici, il tutto a corredo di una produzione certamente di rilievo e, in assoluto, da ascoltare.