domenica 24 novembre 2013

Stories Yet To Tell

Giorgia Barosso

 Raffinerie Musicali


La vocalità jazz al femminile ha dei trascorsi importanti nella storia di questo genere musicale, interpreti che non hanno bisogno di essere menzionati tanto sono note le loro gesta artistiche. Trascorsi che comunque non hanno fortunatamente dissuaso, nuove giovani interpreti anche italiane, a cimentarsi, di tanto in tanto, in progetti di vario tipo. Ed è recentissima, ad esempio, questa interessante proposta di una vocalist italiana, Giorgia Barosso, emiliana d’origine ma piemontese d’adozione. Nata a Parma vive da anni in provincia di Alessandria, e questo suo album, di indubbio valore artistico, la vede alle prese con noti standard e con brani originali composti insieme al pianista Mario Zara. Un’interprete, la Barosso, dalla biografia ricca di esperienze musicali e di studi approfonditi come quelli di pianoforte al Conservatorio “A.Vivaldi” di Alessandria e di canto e improvvisazione jazz con insegnante Tiziana Ghiglioni. Nel 1989 debutta come vocalist con una band di soul-funky ma l’anno successivo è rapita dal jazz. D’allora ad oggi sarà tutto un susseguirsi di incisioni ed esibizioni in concerto con l’aggiunta, dallo scorso anno, di un impegno radiofonico con l’emittente web Vertigo One. Stories Yet To Tell, uscito lo scorso sei novembre, è realizzato con il già citato Mario Zara, pianoforte e piano Rhodes, Marco Antonio Ricci, contrabbasso e Michele Salgarello, batteria. Nove i brani in esso contenuti in quattro dei quali si aggiungono il trombettista Fabrizio Bosso e il chitarrista Riccardo Bianchi. La traccia iniziale è la celebre “Love For Sale” di Cole Porter, interpretata dalla Barosso con un’intensità prettamente soul-jazz e piacevolmente colorata dal solo di Bosso. Segue il brano che da il titolo all’album, una delle quattro composizioni originali presenti, una ballad dai toni raffinati e pertinenti alla struttura standard della song stessa, che mette in evidenza le pregevoli qualità vocali della protagonista. Poi l’ascolto si snoda attraverso la piacevole fluidità della notissima “Time After Time” in cui Zara recupera le sonorità del mai dimenticato piano Rhodes; le inedite fantasticherie chitarristiche di Bianchi in “Come Rain or Come Shine”; l’interpretazione magistrale della Barosso della celebre “Oh Lady Be Good” firmata da Gershwin e la variegata struttura di “I”. L’album nella sua interezza è caratterizzato da un’accurata stesura degli arrangiamenti, e qui il lavoro di Mario Zara si evidenzia in particolar modo nella capacità di equilibrare le varie sfaccettature vocali e strumentali con l’evidente attenzione a non strafare. Altra citazione anche per il binomio ritmico Ricci-Salgarello attento, puntuale e fondamentale in ogni ambito. La Barosso dal canto suo mostra di prediligere una certa classicità del canto jazz mista alla voglia di innescare, in essa, sottili umori moderni che non stravolgono l’essenza dei brani ma ne rinnovano la fruibilità. Si delinea in tal modo il profilo di un’interprete destinata a distinguersi nel suo ambito per un’identità propria e ben definita della sua vocalità.

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