Nuova
produzione per il Mark Dresser Seven, dopo l'ottimo Sedimental
You del 2016. Ancora affiancati ritroviamo Nicole Mitchell
ai flauti; Marty Ehrich ai clarinetti e sax; Keir GoGwilt,
avvicendatosi in questa occasione a David Morales Boroff, al violino;
Michael Dessen al trombone; Joshua White al pianoforte; Jim Black
alla batteria e lo stesso Dresser al contrabbasso. Questo, Ain't
Nothing But a Cyber Coup & You, lo vede ricordare la
scomparsa del sassofonista Arthur Blyte e del pianista Butch Lacy,
musicisti con i quali Dresser ha suonato. A loro sono ispirati e
dedicati rispettivamente la traccia di apertura, "Black Arthur's
Bounce" (in memoria del sassofonista Arthur Blythe) e quella di
chiusura dell'album, "Butch's Balm" (in memoria del
pianista Butch Lacy) la prima caratterizzata da un tema ritmato dai
risvolti funky e dai soli di tutti i componenti il settetto; la
seconda dall'atmosfera pacata a volte struggente, una sorta di nenia
nel ricordo di Lacy.
Laboratori di improvvisazione ed esecuzione di partiture non convenzionali
Da novembre 2019 a maggio 2020, 7 giornate di workshop e concerti con maestri di spicco della scena musicale nazionale ed internazionale.
L'Associazione Culturale “BlueRing-Improvisers” (nelle figure di Tobia e Michele Bondesan e Giuseppe Sardina), attiva da anni nella promozione della ricerca, dell'improvvisazione, della sperimentazione e nell'organizzazione di eventi e workshop in ambito musicale, rinnova anche per l'anno 2019/20, in collaborazione con Pisa Jazz e Fonterossa Records di Silvia Bolognesi, il laboratorio “FONTEROSSA meets BLUERING OPEN ORCHESTRA: laboratori di improvvisazione ed esecuzione di partiture non convenzionali”.
Padova Jazz Festivalpiano edition.
La ventiduesima edizione della kermesse padovana, in scena dal 25
ottobre al 23 novembre, punta decisamente sui pianisti, convocando un cast
in cui brillano i pianoforti di Raphael Gualazzi, Monty
Alexander, Kenny Barron, Vijay Iyer, Benny
Green, Aaron Diehl, nonché l’organo di Dan Hemmer,
che si intreccerà alla batteria di Steve Gadd.
Ferrara In Jazz XXI edizione I Presentata la prima parte di stagione con ENRICO RAVA, BILL FRISELL, FABRIZIO BOSSO, CHRIS POTTER, URI CAINE e moltissimi altri...
Si dice spesso che la
vita inizia a quarant’anni. Di certo il Jazz Club Ferrara -
sulla scena dal 1977 senza alcuna interruzione - pare non sentirli, anzi, la
maturità gli ha giovato conducendolo ad imporsi tra i più importanti jazz club
europei, conseguendo prestigiosi riconoscimenti: dall’inclusione nella guida
alle migliori jazz venues del globo stilata
dall’internazionale DownBeat Magazine, al podio del Jazzit
Awards nella categoria “Jazz club Italia” da sette anni a questa
parte.
Nuovi appuntamenti Centrodarte19 per un autunno denso di eventi imperdibili tra jazz, elettroacustica, opera multimediale
Dopo l'anteprima, salutata da un grande
successo di pubblico, con il concerto dei Four Blokes di Louis Moholo-Moholo,
si prepara un fittissimo autunno per Centrodarte19: ben quattordici
serate si svolgeranno da qui a fine dicembre, offrendo una gamma di occasioni
d’ascolto mai come quest’anno fitta di proposte, che vanno dal jazz alla musica
strumentale/elettroacustica, alla performance solistica, all’opera multimediale.
“Molti
anni fa un amico mi invitò ad ascoltare una registrazione in cui
suonavano due bassisti, Jimmy Garisson e Reggie Workman. Il brano era
India di John
Coltrane. Da quel momento, dopo aver ascoltato quella musica ed
essere entrato in contatto con quel suono, ho deciso che avrei
suonato il contrabbasso”
Si
esprime così il contrabbassista Roberto Bonati in un breve estratto
dalle note di presentazione del suo ultimo album Vesper
and Silence inciso
per l'etichetta Parma
Frontiere. Dopo
varie esperienze con orchestre e più o meno piccoli ensemble (di lui
ho già scritto in questo blog recensendo il suo Heureux
Comme Avec Une Femme,inciso
con la cantante Diana Torto nel 2014, potete leggerne qui la
recensione) Bonati confeziona un album registrato dal vivo in una
location quasi magica: l'Abbazia di Valserena, magnificamente adatta
al layout espressivo del contrabbassista. Si tratta di una chiesa
del XIII secolo, situata nella periferia nord di Parma dove il 20
luglio del 2017, davanti ad un pubblico attento, Bonati ha proposto i
dodici brani che costituiscono la selezione musicale di questo cd.
Il
tutto attraverso un rapporto simbiotico con il suo contrabbasso e
l'utilizzo di un linguaggio variegato che incorpora modalità
espressive di vari generi musicali che danno l'esatta dimensione
delle potenzialità sonore del contrabbasso e di quella che è, così
come la definisce lo stesso musicista parmense, la sua reale anima
musicale.
L'apertura è con la title track, che mette in evidenza un
approccio fisico con lo strumento, come un voler prenderne contatto,
saggiandone le peculiarità più acerbe. Poi dopo una sorta di loop
elettrico ecco elevarsi, nell'atmosfera intimamente rarefatta dell'
Abbazia, una delicata melodia. Il musicista ha impugnato l'archetto, il suono
sembra danzare negli ampi spazi e fra le arcate del tempio. La
successiva “Morning On A Winter Shore” in continuità con la
precedente ha umori improvvisativi, è incalzante, estrosa. La
traccia n.4 “An Angel Game” ha un andamento classico prima che
Bonati metta da parte l'archetto e ci presenti il suo contrabbasso
jazz con “Mr on Hammer on”. Un brano dall'urgenza espressiva
debordante che trasmuta in divenire nella lirica, fluida e
ritmicamente sostenuta “October 13th” brano dalla struttura
tipicamente jazz con esposizione del tema, improvvisazione e ripresa
del tema. Poi è “Campane” a sorprendermi, un'apoteosi tra
musicista e strumento tra svariate mutazioni di umori e ritmi,
dall'etnico al jazz più avanzato. E come non citare la ricerca di
timbri e suoni sperimentali di “Trumpeting and Dance” e così
fino alla fine non si riesce a rimanere insensibili ad un'opera
veramente riuscita e straordinariamente interessante.
In definitiva questo
lavoro di Roberto Bonati si colloca tra i migliori album fin qui prodotti, in europa ed oltre oceano, nel 2019.
Il chitarrista Bill Frisell ha coniugato nel tempo la sua espressività musicale in innumerevoli declinazioni cercando e trovando commistioni con vari generi ed oggi è certamente un'icona di grande riferimento per il jazz contemporaneo e non solo. In questi ultimi due anni il suo incontro con il giovane, ma ormai affermato contrabbassista, Thomas Morgan ci ha regalato due splendidi album, Small Town e questo Epistrofy, entrambi registrati dal vivo al Village Vanguard di New York nel marzo del 2016. Il primo uscito nel 2017, il secondo rilasciato in questo 2019 e di cui mi occupo qui di seguito.
Con una selezione di nove brani che mette insieme alcune ballads del pregiato songbook americano, noti standard del jazz, una perla dalla sua collaborazione con il batterista Paul Motian e la ripresa, come già era avvenuto in Small Town, di un brano tratto dalla colonna sonora della serie televisiva dedicata a James Bond, il duo Frisell / Morgan ci immettono in una dimensione intima e raffinata in cui ogni brano è cesellato con personalissima maestria e ricercatezza. Episodi sonori che il linguaggio delicato e l'esposizione analitica di ogni parte scritta o improvvisata, a secondo dei casi, rendono esclusivi. Dall'iniziale, a dir poco deliziosa "All in Fun" del 1939 a firma Jerome Kern, alla conclusiva gemma"In the Wee Small Hours of the Morning", scritta da David Mann nel 1955 per Frank Sinatra, è tutto un susseguirsi di fraseggi lirici, di dialoghi compiacenti, di invenzioni inedite nate tra le note risapute di questi classici senza tempo. In tutto questo Frisell e Morgan sanno dove incrociarsi, dove affiancarsi, dove l'uno andrà a chiudere la frase dell'altro. Tra inflessioni jazz, sconfinamenti blues, spruzzate di tex-mex e melodie incorniciate, eccoli portare in trionfo il medley "Wildwood Flower / Save The Last Dance For Me" inaspettato e godibile; l'estasi soprannaturale di "Mumbo Jumbo" pescata nel repertorio del trio Paul Motion, Joe Lovan, Bill Frisell, dove si va oltre ogni canone di risaputa musicalità e si celebra la grandezza del grande batterista; l'ebrezza nostalgica dell'indomabile Bond in "You Only Live Twice" e il fascino senza tempo di un classico di Billy Strayhorn prima di finire imbrigliati nella fitta ragnatela ritmica della title track o scoprire di essere preda dell'avvolgente feeling di "Pannonica".
C’è
una musicista unica nel panorama musicale contemporaneo con una ampia
visione del jazz che spesso travalica per invadere altri orizzonti
espressivi. E’ la pianista Satoko Fujii, sicuramente prolifica più
di quanto si possa immaginare, con le sue orchestra sparse in varie
parti del mondo, i diversi gruppi di cui è parte, il sodalizio con
Natsuki Tamura, suo compagno di vita e le collaborazioni più o meno
durature con vari musicisti. Lo scorso anno ha superato ogni
aspettativa realizzando un album al mese per dodici mesi e celebrando
in questo modo i suoi sessantanni.
Ad
oggi la sua vena espressiva non mostra segni di cedimento se è vero
che ha già pubblicato un nuovo album che, allo stesso modo della sua
prima uscita del 2018, è un lavoro in totale solitudine. Questo
recente Stone è però totalmente diverso dal solo
dello scorso anno che evidenziava la vena lirica della pianista
nipponica, è un album di ricerca, di approfondimento delle
potenzialità espressive del pianoforte. Un gioco di invenzioni
sonore, contaminando ogni parte dello strumento, generando un’
espressività che oltrepassa gli aspetti tradizionali e libera rumori
ambientali e inusuali, magari attraverso l’uso di vari oggetti che
nulla hanno a che vedere con uno strumento musicale.
E
allora accade che, ad esempio, la sua mano destra lavori sulla
tastiera e la sinistra si intrufoli fra le corde interne o viceversa.
Si inizia con “Obsius” minimalista, scarna e un po’ spettrale,
seguita da “Trachyte” un impulso ostinato come un pensiero fisso
e minimi segni di presenze umane. All’improvviso una parentesi
lirica “River Flow” che trascende la cruda e rumorosa realtà
della successiva “Lava” rumore di tuoni prima che giunga la
magia dei tasti bianchi e neri. E allora è una festa, un diluvio di
note, la materia è diventata arte. E ancora “Icy Wood” un
feedback, una nota, un fraseggio, un suono dal cuore dello strumento,
una melodia che prova a prendere vita e il pianoforte conquista la
scena. Sarà così fino alla fine, tra suoni distorti, ritorni al
minimalismo, rumori urbani e lampi di liricità.
Ed
è la sua arte, l’arte di una musicista, Satoko Fujii, che non pone
confini e limiti alla sua creatività, appassionata e determinata a
ricercare ogni possibile soluzione esplorativa del suono, della
composizione, dell’improvvisazione.