mercoledì 3 dicembre 2014

I’ve Been to Many Places

Matthew Shipp

Thirsty Ear


E’ fitta l’attività discografica del pianista Matthew Shipp che con questo cd torna al piano solo. Diciassette brani che celebrano l’empatia esclusiva tra lui e lo strumento attraverso un percorso sfaccettato in cui il musicista interpreta brani propri e rielaborazioni di frammenti e temi di brani altrui. Un album che nasce in un momento di riflessione sui vari filoni attraverso i quali Shipp ha sviluppato il suo pensiero musicale certamente affine al genere jazz ma aperto alla contaminazione con altri generi.  La traccia che da il titolo all’album è la prima delle selezione inclusa nel cd  e mi da l’illusoria sensazione che il nostro si trovi al cospetto di uno strumento sovradimensionato, tanto è intenso il flusso armonico e ritmico che man mano prende corpo. Fraseggi veloci, ritmicamente incalzanti  e aperture melodiche si susseguono in evolutiva continuità. Shipp è totalmente rapito dalla potenzialità sonora e musicale dello strumento e lo dimostra ancora di più con una personalissima versione della “Summertime” di Gerwhin, quasi un inno trionfante. Climax mutante con “Bian Stem Grammer” frenetico e cangiante; ambient minimalista in “Pre Formal”. Poi le delizie di “Waltz” struggente e danzante; il refrain velato di tristezza di “Reflex”; il frammento di lacerante bellezza di “Naima”; l’umore easy listening di “Where is The Love” e tanto altro ancora. Una saga del piano solo.

  Giuseppe Mavilla

mercoledì 12 novembre 2014

L’Uomo Poco Distante

Tony Cattano Ottetto

Fonterossa


Chi è l’uomo poco distante a cui allude il trombonista Tony Cattano nel titolo del suo nuovo album in ottetto? Le note del libretto accluso svelano il mistero: l’uomo poco distante è quello che nei cortei funebri non si integra mai con gli altri, apparentemente distaccato, legato per chissà quale motivo al defunto partecipa al corteo da una certa distanza. A questa figura Cattano si è ispirato nel comporre le nove tracce di questo cd, ricordando i suoi trascorsi giovanili di musicista nella banda della città natale, Carlentini, ad accompagnare cortei funebri e processioni religiose. Di quella Sicilia di cui ancora oggi conserva memorie e tradizioni Cattano ripropone suoni, immagini ed atmosfere metabolizzati all’interno di un linguaggio che guarda ampiamente oltre il contesto del jazz, inglobando certamente elementi riconducibili alla musica per banda. Nel contempo, rilevo, nella scrittura di del trombonista siciliano frammenti del linguaggio di Bill Dixon. Toni gravi e pieni orchestrali sono aspetti che sembrano ricondurmi al grande musicista americano.  E poi anche la configurazione dell’ottetto, dove accanto al trombonista ritroviamo il fratello Carlo Cattano, flauti e sax soprano; Marco Colonna, clarinetti; Beppe Scardino sax baritono e clarinetto basso; Pasquale Mirra, vibrafono; Giacomo Ancillotto, chitarra; Roberto Raciti, contrabbasso; Daniele Paoletti, batteria, ricorda per certi versi i contesti dixoniani. Solo semplici osservazioni le mie, le distanze (per rimanere in tema) con l’universo del grande maestro americano sono notevoli e lungi da me volerli abbattere con i rilievi di cui sopra. Vado invece a ribadire l’identità ben definita dell’opera di Cattano e soci, che brilla di grande originalità e che pesca anche nel filone popolare della nostra tradizione musicale, densa com’è di risvolti melodici, che approda spesso in ambiti cameristici, che sa essere viscerale ed intensa nei suoi mutamenti ricorrenti. Per averne prova basta ascoltare la traccia che titola l’album, nebbiosa, avvolgente, ricca di umori blues, preda di un intreccio di suoni e dinamiche espressive in continuo crescendo. E che dire di “Cammino Sognante” che dopo l’intro bandistico lascia spazio ad un dialogo soffuso, intimo, tra contrabbasso e flauto, allargato, passo dopo passo, al contributo degli altri. E ancora: la struggente melodia di “Canto D’Addio” e l’umore popolaresco di “Repiti” che precede “Settembre” episodio articolato, tra i migliori di un album assolutamente irrinunciabile. 

lunedì 10 novembre 2014

High / Red / Center

Jason Roebke Octet 

Delmark


E’ dalla scena jazz di Chicago che arriva l’ottetto che firma questo spumeggiante cd. A coordinarlo è il contrabbassista Jason Roebke ormai integratosi nella città del vento da almeno quindici anni. Accanto a lui sette musicisti che operano nel medesimo contesto del leader: Greg Ward, sax alto; Keefe Jackson, sax tenore; Jason Stein, clarinetto basso; Josh Berman, cornetta; Jeb Bishop, trombone; Jason Adasiewicz, vibrafono; Mike Reed, batteria. Undici le composizioni scritte da Roebke per l’occasione, opportunamente pensate per la specifica struttura dell’ensemble che come è evidente si avvale di una robusta sezione di fiati e di una sezione ritmica arricchita dalla presenza  di uno strumento particolarmente caratterizzante come il vibrafono. La title track che apre l’album è fluida e riserva, tra incursioni bop, umori funky ed echi di swing, una parentesi riflessiva, per un articolato solo di sax  e di interazioni in duo o in trio, all’interno del suo svolgimento per poi chiudersi così come aveva iniziato. La successiva “Slow” sembra giocata in un contesto di libertà alla ricerca però di assonanze e convergenze comuni, mentre “Blues” propone, su un mood piatto ed ostinato, un crescendo armonico sempre più definito e in divenire. Poi le rassicuranti e armoniosi ondeggiamenti di “Dirty Cheap” e lo scintillante funkeggiare di “No Passengers” mentre quando già ci si avvia alla conclusione arriva in penultima traccia “Shadow” intrisa fino in fondo di essenze ellingtoniane. Tra passato e presente, rimandi alla tradizione e stimoli innovativi, si delinea una produzione certamente di rilievo.

Giuseppe Mavilla

martedì 21 ottobre 2014

Reverie

Ivo Perelman / Karl Berger

Leo


Per il sassofonista Ivo Perelman questo è il quarto cd pubblicato nel 2014 a dimostrazione di un momento di grande ispirazione che sembra essere la costante del musicista, brasiliano d’origine, nato nel 1961 a S.Paulo, cittadino newyorkese dal 1990 dopo un periodo di studi a Boston al Berklee College of Music. La sua prima incisione è datata 1989 ed è per celebrare i suoi venticinque anni di registrazioni che Perelman ha rilasciato di recente questo che è il suo cinquantacinquesimo album. Per la prima volta al suo fianco troviamo il pianista tedesco Karl Berger, musicista con un bagaglio di prestigiose di incisioni a suo nome e di frequentazioni privilegiate, come sideman, accanto a jazzman quali Ornette Coleman e Anthony Braxton. Reverie è un dialogo intenso tra un Perelman che sfodera la sua consueta forza espressiva, arricchita da un'inusitata vena lirica e un pianista, Berger, capace di irrorare con i suoi fraseggi, i cambi di ritmo e i puntuali contrappunti l'essenza di un'espressività esclusiva, a tratti malinconica, che veleggia maestosa e trionfante per tutte le sei composizioni. L'iniziale “Trascendence” è l'ampio varco di ingresso nell'ambient empatico dei due protagonisti, avvolti in un'interazione fatta di rincorse e fughe, di ascendenze e discendenze tonali, di tensioni e acquiescenze, prima che arrivi la struggente melodia di “Contemplation”. Si viaggia tra scrittura e improvvisazione, tra riferimenti classici che Berger, ripropone evidenziati con una sottolineatura votata verso canoni di assoluta libertà, rimescolati e proiettati con esuberanza da Perelman. Osservazioni assemblate quasi di botto, le mie, mentre ascolto la sublime “Pensiveness” sofferta nell'esercizio fiatistico, celebrata e percorsa, in ogni sua sfaccettatura possibile, nell'approccio pianistico. Poi le convergenti dinamiche di “Pursuance” e l'inondante liricità di “Placidity” poco più di quattordici minuti di magnificenza artistica con due musicisti superlativi intenti a disegnare un percorso incredibilmente interattivo, travalicante di ogni possibile definizione, imprevedibile nella sua struttura variegata. Si chiude con la traccia che da il titolo all'album, una ballad narrata da Perelman con una forza e una duttilità espressiva disarmante. Reverie è un altro episodio vincente nella discografia del sassofonista (di lui vi ho già raccontato a proposito dei cd The Foreign Legion e The Art of Duet vol.1 potete leggerne le recensioni qui e qui) ma anche uno dei migliori album jazz di questo 2014.


lunedì 6 ottobre 2014

Juggernaut

Indu

Slam




Sulla scena jazz italiana irrompe il duo Indu, ovvero Andrea Grillini e Claudio Vignali, con un album che vede il primo alla batteria e agli effetti speciali e il secondo al pianoforte e tastiere varie. Con loro i fiati di Achille Succi presente in tre dei nove brani che compongono la selezione di un lavoro che annuncia a gran voce la frenesia e l’urgenza espressiva dei due titolari del progetto. Musicisti eclettici che non amano gli steccati di solito interposti tra un genere e un altro, quindi, ampia imprevedibilità di atmosfere. In apertura l’irruenza tecno di “Blastamaniac” a cui fanno seguito le inusitate geometrie di “Van Gundy’s Retreat” firmata da Tim Berne, la sola non originale, che Vignali prima traccia al sinth e poi sviluppa al pianoforte in stretta simbiosi con Grillini. Lo zigzagare del clarinetto di Succi è protagonista di “Le Pommes Alcooloque” terza traccia lampo, poco oltre i due minuti, ancor meno delle precedenti due. Forse un segno di istintive ispirazioni colte al volo dai due musicisti e subito formalizzate. Poi il primo dei tre episodi clou di tutto l'album: “Rabrofiev's View” una composizione che travalica ogni possibile etichettatura, maestosa, evocativa e articolata, mette in evidenza il talento di Vignali in un crogiuolo di elementi classici e di modern jazz che trovano splendida fusione e relazione nell’intenso interplay con il drumming di Grillini. E ancora “Icarus” frenetica, sfuggente, ritmicamente incalzante, esplosiva e poi di colpo struggente, fino a rinascere in un crescendo dirompente, narrata meravigliosamente dai fiati di Succi e dal binomio Grillini-Vignali. E’ la porzione dell’album più intensa quella che vi sto raccontando e che conduce alla traccia finale, all’ipnotica e ostinata ritmicamente “A.N.S.”.  Juggernaut è un lampo di luce abbagliante, un crepitìo sonoro che incuriosisce l’insaziabile appassionato ascoltatore. Non privatelo della vostra attenzione!

 Giuseppe Mavilla

giovedì 2 ottobre 2014

Chris Weller’s Hanging Hearts

Chris Weller’s Hanging Hearts

Self Produced


Trio vincente quello degli Hanging Hearts guidati dal sassofonista Chris Weller affiancato da Cole Degenova alle tastiere e Devin Drobka alla batteria. Weller è stato rapito dal jazz del grande Charlie Parker alla tenera età di 8 anni ed ha studiato, come gli altri due membri, al Berklee College of Music di Boston. Ed è lì che il trio ha preso vita con un linguaggio che propone una sorta di sintesi fra jazz e rock. Brani dalla struttura ben delineata con temi esposti all’inizio e alla fine e con all’interno ampi spazi per l’improvvisazione. La traccia d’apertura “D Rover” evidenzia un ambient fortemente caratterizzato da sonorità energicamente dirompenti e da timbriche naturali. I tre non cercano raffinatezze ma dispiegano una forza espressiva che ascolto dopo ascolto coinvolge sempre di più. Anche la successiva e inaspettata ballad “The Single Petal of a Rose” di Duke Ellington, condotta dal sax di Weller, lirico e avvolgente sull’ oscillante tappeto sonoro delle tastiere di Degenova, è intrisa di una sincera e naturale espressività. E’ un album che brilla di passione, partecipazione e dialoghi, nulla è lasciato in sospeso, ogni porzione è vissuta intensamente dai tre. Ne è un chiaro esempio la trascinante “Early Bird” o l’incalzante “Lucid Dream” con l’ostinato riff di Weller al sax. Ottimo il contributo di Degenova, non fa rimpiangere l’assenza del contrabbasso o di un basso elettrico e la sua presenza è sempre determinante, nel contrappunto e nei soli, così come il drumming dell’infaticabile Drobka denso di fragori rockeggianti. In definitiva un album che si contraddistingue anche per l’invidiabile equilibrio fra passato e presente e che declama a gran voce l’intuizione di layout espressivo singolare che, non ha caso, arriva dalla "wind city".


venerdì 26 settembre 2014

Root of Things

Matthew Shipp Trio

Relative Pitch


Dopo Piano Sutras, uscito sul finire del 2013 e di cui potete leggere qui la recensione, riecco il pianista Matthew Shipp in trio con i fidati Michael Bisio al contrabbasso e Whit Dichey alla batteria, in questo cd uscito la scorsa primavera mentre oggi sono già disponibili  per i miei prossimi ascolti, i più recenti Cosmic Lieder The Darkseid Recital, in duo con il sassofonista Darius Jones, e il suo nuovo, piano solo, I've Been To Many Places. Di entrambi vi racconterò nelle prossime settimane. Root of Things è un album che travolge lo spazio temporale necessario per il suo ascolto, questo già ad iniziare dalla title track dal tema breve ma sublime sul quale, Shipp, innesca un ostinato e variegato reticolo improvvisativo.  L’intreccio delle parti è intenso, giocato su una miriade di note, di pulsazioni, di ritmi come quello che impingua la quasi interminabile “Jazz it”. C’è un solido legame col passato nel pianismo di Shipp e una grande interpretazione del presente, uno status ottimale raggiunto dal musicista, una sorta di maturata ed equilibrata espressività  dopo anni di esplorazione di orizzonti contaminanti. “Code J” ha una punteggiatura sfaccettata, ricca di accenti e incandescenze, ma non disdegna aperture delicate e morbide. La componente ritmica si sposta in prima linea nelle successive “Path” e “Pulse Code”. Nella prima, come nella seconda, sono le intro a risultare a totale appannaggio rispettivamente di Bisio che sfodera l’archetto alternandolo per buona parte alle dita della mano nell’esplorazione asettica di una scena sonora in cui a breve irromperanno pianoforte e batteria; di Dickey fantasmagoricamente fremente come ad annunciare, con il suo drumming dirompente le nervose e rimbombanti  giravolte di pianoforte e contrabbasso. Un altro capitolo inesauribile, anche dopo vari ascolti, della magnificenza artistica non solo di un grande musicista come Shipp, ma di un superbo trio della scena jazz contemporanea. 


domenica 21 settembre 2014

Oktopus Connection

Oktopus Connection

Setola di Maiale


Se l’etichetta discografica Setola di Maiale dichiara senza mezzi termini di occuparsi di musiche non convenzionali allora è sicuramente lecito trovare nel suo catalogo una produzione unica nel panorama jazz italiano. Oktopus Connection è il suo nome ma anche quello dell’ottetto tutto italiano che l'ha incisa. Otto musicisti che rispondono ai nomi di Riccardo Marogna, Piero Bittolo Bon, Alberto Collodel, Marcello Giannandrea e Nicola Negri ai fiati; Niccolò Romanin alla batteria e agli effetti speciali; Giambattista Tornielli al violoncello e Luca Ventimiglia al vibrafono. Tutti interessati alla ricerca nel campo del jazz sperimentale e guidati dal clarinettista e sassofonista padovano Riccardo Marogna. Come precisato da quest’ultimo, in sede di presentazione del progetto, si tratta di “un’improvvisazione collettiva su partiture grafiche” che tradotto in concreto delinea una serie di notazioni grafiche, tracciate dallo stesso Marogna, che danno vita a degli stadi sonori che vanno via via moltiplicandosi e in cui può ritrovarsi ogni musicista coinvolto. Il tutto si realizza naturalmente in relazione con altri musicisti ed ogni esecuzione ha una sua identità sempre diversa dalla precedente o dalla successiva . C’è nei fatti e alla base di questa concezione dello sviluppo dell’improvvisazione jazz, un preciso riferimento alla teoria dei grafi usata sia in matematica che in informatica. Sei le parti, in cui è suddivisa quella che poi può essere definita una suite, ognuna delle quali è identificata con un preciso numero e tutte denominate “Graph”. L’ascolto riserva sorprendenti paesaggi sonori in ambiti variegati, in cui prendono vita strutture multiforma che alternano intensi contrasti sonori a porzioni rarefatte. Si passa da atmosfere cameristiche ad interazioni puramente free e da un brano all'altro è tutto un brulicare di suoni e dialoghi imprevedibili. Tensioni e rilassamenti si alternano fra dinamiche in continua mutazione. E' un'esperienza di ascolto di grande impegno ma sicuramente ricambiata dalla qualità della performance che ci fa apprezzare un ensemble che guarda oltre il mare del prevedibile, percorrendo territori comuni a quelli battuti da musicisti come Anthony Braxton o Bill Dixon. Marogna e soci hanno molte frecce ai loro archi e sopratutto coltivano il gusto dell'azzardo. Avanti così ragazzi!


martedì 16 settembre 2014

Joy In Spite Of Everything

Stefano Bollani

Ecm



Non sono mai stato un ammiratore del personaggio Bollani, mentre ho sempre apprezzato e riconosciuto le qualità del musicista Stefano Bollani di cui non ho mai dimenticato il pregevole livello di lavori come Piano Solo e I Visionari  entrambi pubblicati nel 2006. Oggi a sorprendermi è questa nuova produzione per la Ecm. Nove composizioni ad esclusiva firma del nostro, tutte nuove di zecca, un quintetto che ingloba il collaudatissimo Danish Trio, con Jesper Bodilsen al contrabbasso e Morten Lund alla batteria, e che si completa con il sassofono di Mark Turner e la chitarra di Bill Frisell. Un ambient gioioso e vivido, quello in cui si muove l’ensemble che predilige un’espressività intrisa di cool jazz, con temi di elevata fattura e porzioni improvvisative che mettono in stretta correlazione tutti i cinque musicisti. E se l’iniziale “Easy Healing” calipso morbido e sinuoso, annuncia piacevolmente l’alto grado di godibile ascolto che riserverà l’intera selezione, è “No Pope No party” eseguita in quartetto senza Frisell, a non nascondere la consueta ironia del giullare Bollani. Ma l’album offrirà gemme lucenti come “Alobar e Kundra” esempio lusinghiero di piano trio con il leader in cattedra; le armonie gentili di “Vale” questa volta in quintetto; l’estroso, quanto raffinato e cangiante, dialogo a due Bollani-Frisell  in “Teddy”. Torna il quartetto, senza Turner, nella traccia finale che da il titolo al cd ed è ancora un gioco a due tra Bollani e Frisell ma, questa volta, con il supporto solidamente ritmico di Bodilsen e Lund. Prova da dieci e lode per l’esuberante e magistrale pianista che ha integrato, meravigliosamente, un accorto Turner e un cesellatore fine e discreto come Frisell.


venerdì 12 settembre 2014

Mise en Abîme

Steve Lehman Octet

Pi


C’è una grande quantità di frenesia ritmica, di fiati fluttuanti, di concezioni moderne ed espressività alternative nel linguaggio del sassofonista Steve Lehman che, con lo stesso ottetto con il quale realizzò lo stellare Travail, Transformation e Flow, si ripropone in questo riuscitissimo cd. Qui il nostro prova a condensare la tradizione jazz, vedi la rilettura di alcune composizioni di Bud Powell come “Glass Enclosure” e “Parisian Thorougfare”, con i principi di armonia spettrale decantate e applicate dal compositore francese Tristan Murail. Il resto è una ampia apertura a tecniche e linguaggi avanzati della musica contemporanea, che trova l’ensemble in perfetta sintonia, impegnato in un gioco fittissimo di scompaginanti interazioni e fulminanti soli con un front-line di fiati che vede allineati, oltre al leader all’alto sax e ai live eletronics, Jonathan Finlayson, tromba; Mark Shim, sax tenore; Tim Albright, trombone. Poi il comparto ritmico, con Chris Dingman alla prese con un vibrafono preparato su misura, con accordature alternative, Drew Gress al contrabbasso e Tyshawn Sorey alla batteria. Dinamiche travolgenti in un ambient di sonorità urbane che incalzano l’ascoltatore, come nella splendida “Autumn Interlude” che segue l’omaggio in “Codes:Brice Wassy” al grande batterista camerunese o nella percussiva “Chimera / Luchini”. Poi, dopo tanto futurismo, ecco la già citata “Parisian Thorougfare” di Powell, una parentesi nostalgica e rarefatta che unisce, in una atmosfera spettrale, una vecchia registrazione privata di Powell, di cui si ascolta anche un parlato, con i fraseggi del sax di Lehman a chiusura di un disco prezioso da custodire con cura.


venerdì 25 luglio 2014

Speak Random

Omit Five

Slam


Dopo il promettente esordio dello scorso anno con l’omonimo album, qui recensito, il quintetto degli Omit Five ritorna con questo cd in cui: Mattia Dalla Pozza (sax alto); Filippo Vignato (trombone); Joseph Circelli (chitarra); Rosa Brunello (contrabbasso); Simone Sferruzza (batteria) ribadiscono quelle che sono le linee guida del loro layout musicale, ovvero, un gradevole cool jazz misto a frequenti risvolti post-bop a volte viranti  verso orizzonti  mainstream. Eppure fra le tredici tracce di questo gradevole cd si rivelano desideri, non tanto nascosti, di avventure fuori dai canoni predominanti di questo lavoro. Sono episodi di breve durata, frammenti di idee a cui dare subito forma e consistenza che si sviluppano prevalentemente in duo o in solitudine. Segno che qualcosa di non convenzionale cova negli animi di questi cinque giovani musicisti che, in occasione della seconda loro opportunità discografica, si mostrano  sicuramente maturati e assurti a ruolo di musicisti navigati. Le loro composizioni appaiono ben strutturate e denunciano un’ideazione di base che tiene conto degli elementi primari necessari nella stesura di un brano di jazz che tale si possa definire. E il caso di “Vain” traccia di apertura delle selezioni di questo cd e di brani come “Pomeriggi Ameni” e della fluida “I Wanna Feel Nasty”. Poi arriva un’intrigante ballata “Three Views of a dream” e l’osante “Anni Luce” che mostra commistioni interessanti e bagliori rockeggianti, attraverso un’evoluzione non preconfigurabile. Il resto è più o meno velato da una certa convenzionalità, seppur di pregiata fattura, perché questi cinque ragazzi, come già prima puntualizzato, hanno prerogative stilistiche di qualità. E allora forse servirebbe più coraggio e intraprendenza ma nel frattempo va bene così.

domenica 13 luglio 2014

Pas De Deux

Martha J. & Francesco Chebat

Clessidra

Tornano in duo, la vocalist Martha J. e il pianista Francesco Chebat, così come avevano iniziato la loro collaborazione nel 2008. Lei, diplomata all'accademia delle belle arti N.A.B.A. di Milano, ha iniziato accompagnandosi con la chitarra e interpretando canzoni di cantautori americani e brani di folk irlandese, fino a quando nel 1999 non è approdata al jazz. Chebat ha studiato al Conservatorio di Milano, ha frequentato successivamente seminari e corsi di perfezionamento vari, ai quali ha fatto seguito un'intensa attività di sideman. Si chiamava No One But You quel primo album che raccoglieva la loro personale interpretazione di alcuni standard del jazz. Dopo altri tre cd in quartetto i due ritrovano una dimensione più intimista, voce e pianoforte, questa volta alle prese con otto composizioni originali. Lei ne ha scritto i testi, lui ne ha composto le musiche, ad esse hanno  aggiunto: un classico come “Night and Day” e una delle perle del songbook di Joni Mitchell “Both Sides now”. Pas De Deux è un album senza veli e senza inganno, che rivela fin dalla prima traccia la sua reale essenza, ovvero, il feeling tra una pianoforte e una voce, tra una vocalist e un pianista. Un canto jazz intriso di blues, raffinato, intenso, supportato da un pianismo tecnicamente ineccepibile, emotivamente profondo e struggente, pronto a sottolineare i cambi d'atmosfera che la vocalità luminosa ed estesa della J. infondono alla performance esecutiva. Con l'iniziale “Here and Now” si entra nell'universo musicale del duo e si apprezza la discrezione, l’espressività semplice ma intensa di lei e il pianismo variegato di lui, con i contrappunti, i fraseggi tra un ventaglio di note, le parti improvvisate mai debordanti oltre le coordinate armoniche del brano. La successiva “Martha’s Same Old Blues” è un blues verace, nervoso, interpretato con scioltezza dal duo, una parentesi esclusiva all’interno della selezione che poi torna su atmosfere più delicate e ricercate, come quelle del brano che da il titolo all'album e di “Run The Risk of Love” struggenti e velate di soul. Ricca di introspezione e fedele all’interpretazione dell’autrice il reprise di “Both Sides Now” di Joni Mitchell; magistrale e personalissima la versione della notissima “Night and Day”. Dieci pregevoli episodi per un album decisamente raccomandabile.

martedì 8 luglio 2014

XY Quartet

XY Quartet

nusica.org



A certificare la buona salute del jazz italiano oggi sono in tanti: addetti ai lavori, critici, musicisti stessi e sopratutto il pubblico che frequenta i concerti. Una certificazione che non può non passare, in primo luogo, da quell'ambito di diversità e completezza che è l'etichetta discografica nusica.org che già definire etichetta è più che riduttivo. Da anni il  musicista veneto Alessandro Fedrigo, bassista, che di essa è l'anima, ha promosso produzioni discografiche di notevole rilievo e privilegiata originalità. Ne è ulteriore esempio anche questo secondo lavoro del XY Quartet preceduto da una campagna di crowdfunding via web. Una produzione che è anche l'emissione n.5 dell'etichetta trevigiana e che mette insieme le filosofie musicali del sassofonista Nicola Fazzini e quelle di un cultore della chitarra basso acustica quale è Alessandro Fedrigo. Due identità di pensiero sicuramente diversi l'uno dall'altro che mostrano però di poter essere complementari nelle otto composizioni, 4 per ognuno, inserite in questo omonimo cd in cui i due musicisti si avvalgono del contributo del vibrafonista Saverio Tasca e del batterista Luca Colussi. Un avvicendamento quindi rispetto al quartetto che realizzò l'ottimo Idea F dove al vibrafono c'era Luigi Vitale. Fazzini fa riferimento alla teoria degli insiemi per descrivere il suo tratto compositivo, il sassofonista si concentra su gruppi di note che modella a suo piacimento secondo formule innovative in cui convivono, in armonia alla parte scritta, spazi riservati all'improvvisazione. Fedrigo, dal canto suo, predilige composizioni dalle strutture ad intervalli che, via via, si evolvono in assoluta coerenza con l’idea compositiva iniziale, anche loro impinguate di porzioni di libera improvvisazione. In entrambi gli ambiti sono poi le parti ritmiche a ricoprire un ruolo fondamentale, dando corpo e dinamica allo sviluppo dei brani. L’album si apprezza sempre di più ad ogni nuovo ascolto, mostrando l’ingegno musicale della coppia Fazzini-Fedrigo che già col precedente lavoro ci avevano introdotto al loro linguaggio espressivo che, se da una parte mette in campo strutture che farebbero supporre una ferrea rigidità, dall’altra traccia aperture scompaginanti, pur sempre nell’ambito di un contesto armonico assolutamente aderente al tema di base. C’è nei fatti una sintesi decisamente originale fra arte musicale contemporanea e interattività ed estemporaneità tipicamente jazzistiche. A tutto questo si aggiungono le peculiarità stilistiche dei quattro protagonisti e la loro non comune sensibilità  musicale. Fazzini risulta sempre essenziale e mai debordante di inutili personalismi; Fedrigo, in un contesto sovrabbondante di dinamiche ritmiche, eleva come meglio non potrebbe il ruolo della sua chitarra basso acustica; Il vibrafono di Tasca si colloca come elemento determinante nella giunzione di armonie ritmiche e melodiche e la batteria di Colussi si erge con un tratto percussivo fondante per l’espressività del combo. Da “Spazio Angusto” di Fazzini che apre l’album a “Futuritmi” di Fedrigo che lo chiude il percorso di ascolto è avvincente e vario e tra gli episodi più intensi non posso non segnalare “Astronautilo” di Fedrigo, dalle tante sfaccettature ritmico-melodiche; “H2O” di Fazzini che prende vita da una sorta di impulsi poliritmici in continuo crescendo, la frenetica e jazzistica “Jon Futuru” ancora di Fedrigo, nonché l’esotica e mutante “Tatami” di Fazzini.


venerdì 27 giugno 2014

Last Dance

Keith Jarrett / Charlie Haden

Ecm


Si ritrovano insieme dopo anni Keith Jarrett e Charlie Haden, in duo, piano e contrabbasso, e un'altro tassello si aggiunge all'ampia produzione discografica del singolare pianista americano. Anche in questo caso però si tratta del recupero di registrazioni del passato, anche se recente, della sua produzione e come spesso accade risulta difficile non essere attratti dal suo verbo jazz. Se poi accanto al nostro ritroviamo un contrabbassista del calibro di Charlie Haden l'incanto si ripropone anche al cospetto di alcune registrazioni, queste contenute nel cd, datate 2007 e realizzate nello studio privato di Jarrett. Una sorta di continuazione di quanto già ascoltato nell'album Jasmine, uscito nel 2010 e firmato dagli stessi. Nove noti standard, due dei quali “Where Can I go Without You” e “Goodbye” già presenti nel precedente, con una prevalenza di soffuse ballate intervallate dalle bobbistiche Round Midnight di Monk e Dance of the Infields di Powell. Standard straconosciuti che sembrano illuminarsi di una luce soffusa e ammaliante perché il pianista appare particolarmente ispirato, i suoi fraseggi sono intrisi di struggente liricità e Haden, al contrabbasso, puntella con la sua consueta maestria ogni passaggio, ogni porzione di quello che è un intenso interplay. Un dialogo fitto giocato, in egual modo, sia nell'ambito del temi che nelle parti improvvisate, senza sbavature o esagerazioni.   Un incontro informale nato per il solo piacere di suonare insieme, l’uno e l’altro intenti a tracciare un equilibrio espressivo  esclusivo dall’alto di una classe immensa con la quale sfogliano pagine immortali del grande songbook jazz.

sabato 21 giugno 2014

Holding It Down: The Veterans’ Dreams Project

Vijay Iyer & Mike Ladd

Pi


Come già vi avevo annunciato nell'ambito della recensione del cd Mutations, del pianista indiano Vijay Iyer, eccomi a raccontarvi di questo album che il nostro condivide con il produttore e operatore culturale, nonché rapper e poeta, Mike Ladd. Un progetto focalizzato su vicende che hanno riempito pagine di storia in questi ultimi anni, come le guerre in Iraq e in Afganistan. Ebbene, Ladd coadiuvato da Patricia McGregor, scrittrice e regista teatrale  ha incontrato alcuni suoi connazionali di colore, veterani di quelle guerre, intervistandoli e raccogliendo le impressioni di quelle esperienze che tradotte in linguaggio nudo e crudo si chiamano angosce, incubi e traumi, che i sopravvissuti si porteranno addosso per il resto della loro vita. Da questi incontri sono nati dei testi, a volte anche sottoforma di poesie, per le quali il pianista Iyer ha composto delle musiche. Il sodalizio fra quest'ultimo e Ladd non è nuovo ma risale al 2004 quando insieme realizzizzarono l’album In All Language al quale ha fatto seguito nel 2007 Still life With Commentator. Il primo si occupava del  dopo 11 settembre per la gente di colore negli aeroporti americani; il secondo sull'orgia di notizie che si succedono 24 ore su 24 quotidianamente. Questo, di cui sto scrivendo, che chiude una sorta di trilogia, è un album intenso, profondamente coinvolgente per le storie che propone, fortemente rievocative di fatti e riflessioni realmente vissuti. Le voci declamatorie sono quelle dello stesso Mike Ladd, di Maurice Decall, un poeta che ha servito le forze armate in Iraq, di Linn Hill, che ha militato nelle Forze Aeree americane per sei anni, compresi due anni di pilotaggio di droni sui cieli di Iraq e Afghanistan da una base situata a Las Vegas. E ancora per la parte musicale oltre a Iyer al pianoforte, al piano Rhodes e alle elettroniche, troviamo: Pamela Z alle voci e live processing; Guillermo E.Brown, voci ed effetti vocali; Liberty Ellman alle chitarre; Okkyung Lee al violoncello e Kassa Overall alla batteria. Diciassette gli episodi contenuti nel cd in cui voci, parole, suoni e ritmi incalzano l’ascoltatore in un variegato combinato di testi e musiche intriso di lancinanti recitativi, incursioni rap, umori hip hop, vorticosi crescendo armonico-vocali, sprazzi di modern jazz e ambient music. Risaltano in questo caleidoscopio sfaccettato ed eterogeneo le tragedie di queste guerre e i danni che hanno arrecato all’umanità. Dal punto di vista musicale si evidenzia ancora una volta l’irrefrenabile vena compositiva di Iyer, l'ampia visione dell’universo musicale contemporaneo e l' esclusiva sua  capacità di mescolare insieme espressività di varia estrazione culturale e temporale, sempre e comunque fortemente attuali.


mercoledì 4 giugno 2014

Obbligato

Tom Rainey

Intakt



Usiamo comunemente l'aggettivo “obbligato” per indicare qualcosa che non possiamo evitare, come ad esempio un percorso stradale o un compito da assolvere per forza di cose. Ma con “obbligato” si può descrive anche uno status di riconoscenza, verso qualcuno da cui si è ricevuta una cortesia estremamente gradita. Mi viene da pensare, non importa quanto ciò può esser vero, che il batterista Tom Rainey e il quintetto riunito per questo cd si siano sentiti in qualche modo obbligati ad omaggiare la tradizione, da qui il titolo usato, loro che oggi sono tra le punte di diamante della scena jazz internazionale. Il tutto si concretizza con la ripresa di alcuni degli standard piú importanti della storia della musica afroamericana ad opera di un combo che propone, accanto al batterista, Ralph Alessi alla tromba, Ingrid Laubrock al sax, Kris Davis al pianoforte e Dew Gress al contrabbasso. Cinque musicisti dalle peculiarità stilistiche ben definite e decisamente orientati verso ambiti di ricerca e innovazione del linguaggio jazz ma che in questo contesto sembrano concedersi una gioiosa pausa di riflessione. La ripresa si orienta su brani come “Just in Time” che in apertura delle selezioni ci introduce in flusso sonoro fluido e dialettico o sulla soffusa “In Your Own Sweet Way” firmata da Dave Brubeck, con i sinuosi e avvolgenti fraseggi dei due fiati e i contrappunti al pianoforte della Davis. Il quintetto non snatura l’essenza dei vari brani, non ne stravolge la struttura ma sceglie di reinterpretarli a proprio modo, giocando sulle qualità e sulle attitudine dei singoli musicisti in un gioco di reinvenzione dei brani che appaiono arricchiti da un esercizio improvvisativo costantemente attinente la geometria originale e le peculiarità armoniche dei brani stessi. Magistrali in tal senso le riproposizioni della monkiana “Reflections” o di “Prelude To A Kiss” di Ellington, introdotta da un solo di drumming, velato di umori tribali, ad opera di Rainey che accanto al raffinato Gress, al contrabbasso, da vita ad un’asse ritmico di rara pregevolezza. Suadenti  nel loro intreccio di dialoghi, in entrambi i brani, i due fiati e i fraseggi al pianoforte della Davis. Poi la virata  free-bop nella ripresa della “Yesterdays” di Kern ma il tutto appare ancora straordinariamente misurato e godibilissimo come solo i grandi musicisti sanno fare.

lunedì 2 giugno 2014

African Piano

Abdullah Ibrahim

Japo / Ecm


È la sera del 22 ottobre 1969 quando al Jazzhus Montmartre di Copenhagen è di scena Dollar Brand. Mentre prende posto al pianoforte c'è ancora un brusio in sala ma presto il musicista convoglierà a se l'attenzione dei presenti con “Bra Joe From Kilimanjaro” un brano con un ostinato di base gestito con la mano sinistra, mentre la destra é lasciata libera di improvvisare. Una sorta di magia sonora scende su quella sala, impinguata ben presto da una ragnatela di note ricche di pathos, di magia emozionale e soprattutto profumate di Africa. I brani su susseguono senza interruzioni, gli otto minuti e otto secondi di “Moon” appaiono fulminei, folk, soul, gospel, un pout-pourri di umori e sensazioni ipnotizzanti. Poi arriva l'atmosfera struggente di “Kippy” le cascate sonore di “Jabilani - Easter Joy” e il blues insinuante di “Tintiyana” che chiudono questi trentanove esclusivi minuti di quella lontana serata danese. Ebbene non invidiatemi! Non ero a Copenhagen quella sera ma a casa mia alle prese con i miei studi da primo anno di liceo scientifico e peraltro a quei tempi non ascoltavo jazz. E allora?....direte voi…..lo confesso! mi sono lasciato trasportare da questa riedizione di African Piano che condensa quei trentanove minuti di cui ho tentato di rendervi partecipi. Una riedizione di un vinile uscito nel 1973 su etichetta Japo, la stessa di questa riedizione, una sorta di sorella minore della major Ecm. Un vinile che uscì a nome di Dollar Brand perché il musicista non si era ancora convertito all’Islam e non aveva ancora assunto il nome di Abdullah Ibrahim che porta oggi e con il quale viene pubblicata questa riedizione visto che la prima versione in cd, edita direttamente dalla Ecm nel 1999, è ormai fuori catalogo. Un’occasione imperdibile per apprezzare un album seminale nella storia della musica afroamericana.