lunedì 5 settembre 2011

Ghosts

Peter Evans Quintet

More is More Records
Ancora un trombettista in evidenza: Peter Evans, con un album  Ghosts di intensa musicalità e indovinata propensione a cercare spunto nel passato per abbozzare un linguaggio, senza costrizioni o limiti, libero di spaziare in un inedito presente. La sua biografia rende nota la sua frequentazione, fin dal 2003, della comunità musicale newyorkese, i suoi studi all’Oberlin Conservatory, la sua capacità di misurarsi in diversi ambiti musicali, dall’ironico progetto con i Mostly Other People Do the Killing al duo con Nate Wooley, e ancora il trio con Mary Harvolson e Weasel Walter, il cui ElectricFruit è stato qui recensito, per finire con la sua partecipazione al progetto Electro-Acoustic Ensemble di Evan Parker e questo solo per citarne alcuni. In  Ghosts, prima uscita per la sua neonata etichetta, Evans è in quintetto coadiuvato da Carlos Homs al piano, Tom Blancarte al piano, Jim Black alla batteria e Sam Pluta, live processing. Il lavoro, commissionato in parte dalla  SWR for the Donaueschinger Musiktage 2010 di Baden Baden (Germania), include sette tracce e si apre con “One to Ninety Two” una frenetica incursione tra gli stilemi, non proprio celati, di un post-bop di maniera che però si arricchisce di una carica esecutiva non proprio ricorrente e di intrecci elettronici e temporali che ne smontano i tratti consolidati. Qui Evans estrapola la melodia di un classico di Mel Torme e prova ad operarne, con notevoli risultati, una decostruzione. Il brano si sviluppa su diverse latitudini anche grazie all’impiego dell’elettronica che raddoppia lo strumento del leader su vari registri. La successiva “323” è giocata su due note in ritmo ostinato  con variazioni di tonalità e in atmosfera decisamente free. E’ il preludio alla sofisticata e ariosa ballad che da il titolo al cd il cui tema  questa volta è estrapolato da un noto brano di Victor Young “I Don’t Stand a Gost Whit You”. Il resto del cd propone le fluorescenze di “The  Big Chrunch”, le sciorinate sordinate di “Chorales”, i ritmi e le interazioni d’avanguardia ispirate dal grande Woody Shaw e dalle sue composizioni  in “Articulation” e la spumeggiante rielaborazione di una classica pop song la “Stardust” di  Hoagy Carmichael datata 1927. 


 





martedì 30 agosto 2011

(Put Your) Hands Together

Nate Wooley Quintet

 Clean Feed Records
Il trombettista Nate Wooley stempera i suoi bollori di stampo downtown ripiegando su un post bop di esclusiva eleganza e raffinatezza in questo cd ispirato alle donne che hanno in qualche modo condizionato la sua vita. Inciso per la portoghese Clean Feed in compagnia di Josh Sinton, clarinetto basso, Matt Moran, vibrafono, Eivind Opsvik, contrabbasso e Harris Eisenstadt, batteria. L’ascolto ci restituisce un jazz moderno dove convive un’estetica cool e dove il leader, spalleggiato da Sinton, non rinuncia comunque a piazzare i suoi strali d’avanguardia esplicati attraverso una sorta di sconfinamenti timbrici su tonalità aspre e graffianti a conferma che Wooley non nutre alcun ripensamento relativamente alle sue precedenti esperienze. I dieci brani evidenziano una struttura ben definita e in molti casi pregevolmente articolata e ricercata. L’elemento vincente per l’intera produzione è l’anello di giunzione tra passato e presente delineato con opportuno equilibrio. I fiati di Wooley e Sinton, tromba e clarinetto basso, sembrano danzare, con sottile eleganza, sul front-line mentre la sezione ritmica rende fluide le dinamiche e il vibrafono di Moran ingentilisce il suono arricchendo l’espressività del combo. Ma chi sono queste donne così importanti nella vita di Wooley? Il trombettista sembra abbia rivelato in una recente intervista che si tratta della moglie, della mamma, della nonna e delle zie aggiungendo che hanno elevato la sua vita. Questi i soggetti ispiratori di buona parte delle dieci tracce contenute nel cd titolate con nomi di donne: “Shanda Lea” su tutte, proposta in apertura e in chiusura per sola tromba e tromba con sordina e nella parte centrale con tutto il gruppo, scandita da un eccellente e improvvisato dialogo tra i due fiati. E ancora la snella, anche se di ampia durata, poco più di nove minuti, nonché sofisticata, “Cecelia” introdotta dal fraseggio iniziale di tromba e clarinetto, poi dilatata per qualche minuto dalla ritmica della band con in primo piano il vibrafono di Moran. A seguire l’intima “Pearl” con Moran in primo piano, quasi una ninna nanna in chiave jazz, la boppistica “Elsa”  e la danzante “Hazel”. Godibile! 




mercoledì 24 agosto 2011

Calma Gente

Rob Mazurek

 Submarine Records
Esotico, fresco, avvolgente, struggente, fluido, etereo… queste le prime definizioni che mi vengono in mente così di botto appena provo a mettere su la recensione di questo cd dalla sobria copertina, che diffonde un qualcosa di unico, di naturale, insomma qualcosa che ben presto affascina fin dal primo ascolto. Un’intensa cascata di suoni e ritmi concepita dal trombettista Rob Mazurek, ritratto in copertina con spessi occhiali da sole, uno degli esponenti della Explonding Star Orchestra, ensemble vicino al compianto Bill Dixon. Uno dei musicisti americani più impegnati nella ricerca di un jazz moderno originale e innovativo. Questa sua recente realizzazione nasce in Brasile dove Mazurek possiede una residenza e costituisce una sorta di diversivo alle ricercate e avanguardistiche produzioni con l’Orchestra. Una mistura dove comunque trovano spazio i frutti di questa sua ricerca, una miriade di elementi che vanno dall’avanguardia all’etnico. Un viaggio attraverso le nove composizioni  come in una ipotetica giungla tecnologica dove si intersecano e convivono sonorità elettroniche ed acustiche. Artefici di questo lavoro sono anche alcuni dei componenti l’Explonding Star Orchestra: Jason Adasiewicz, vibrafono, Nicole Mitchell, alto flauto, Matt Bauder, clarinetto basso, Josh Abrams, basso, Mike Reed, percussioni. A loro si sono uniti altri musicisti brasiliani come Kiko Dinucci, chitarrista e songwriter.
Emozioni a iosa durante l’ascolto che già raggiunge livelli coinvolgenti con la lunga e ipnotica “The Passion of Yang Kwei-Fe”, un pout-pourri di musica ambient intrisa di ritmi variopinti, di una suadente melodia di cui è artefice la tromba di Mazurek contrappuntata al flauto da Nicole Mitchell.
Tre solchi più avanti troviamo la delicata e triste “Flow My Tears and Last Forever” una ballata in duo, chitarra acustica e tromba, di straordinaria bellezza. In chiusura “Flamingos Dancing On The Rings of Saturn” titolo che disegna un’ immaginaria visione di una danza sospesa nello spazio che il lungo solo di Adasiewicz,  al vibrafono, rende palpabile. Questi gli episodi più significativi di un cd impossibile da etichettare così denso di essenza musicale da lasciare stupefatti e che non evidenzia cadute di tono in nessuna delle nove tracce in esso contenute. Un cd pensato solo per il mercato discografico brasiliano e per quello giapponese e quindi apparentemente non di facile reperibilità. Tutto può essere risolto con un pizzico di pazienza perché potete acquistarlo andando sul sito della Submarine Records e da lì riceverete le opportune istruzioni per la relativa procedura d’acquisto. Ne vale la pena. Un must!


Rob Mazurek / Calma Gente 2010.09.15 on Sale by catunerecords

 

lunedì 22 agosto 2011

(Town Hall) 1972

Anthony Braxton
Trio & Quintet

 Hatology
Dopo essermi occupato della ristampa del prezioso “Intets and Purposes” di Bill Dixon rimango in tema di riedizioni con un altro album importante firmato questa volta dal grande Anthony Braxton, un album registrato nel 1972 e inizialmente pubblicato in Giappone in formato LP dalla Trio Pa Records. L’album fu poi  proposto in Eurora in prima edizione nel 1992 dalla Hat Art e riproposto in ristampa, dopo un remix nel 2010, dalla svizzera Hatology agli inizi di quest’anno. Una delle tante perle della discografia del sassofonista di Chicago registrato dal vivo in un locale storico per il jazz di tutti i tempi: il Town Hall di New York. Una session del 22 maggio del 1972  divisa a metà tra due formazioni diverse un trio e un quintetto per un totale di quattro brani. Nella prima parte è protagonista il trio e accanto a Braxton troviamo il contrabbasista Dave Holland e il batterista Philip Wilson. L’apertura è contraddistinta da una certa frenesia ritmica, alimentata con nerbo e inarrestabile continuità dalla coppia Holland-Wilson. Su cotanto brusio ritmico Braxton si lancia dirompente e determinato con un ampio campionario lessicale che inonda la struttura primaria (n) della “Composition 6”. E’ incontenibile il sax-man di Chicago e torna spesso sulla frase del tema per poi riprendere le sue rincorse. La sezione (o) della “Composition 6” che in naturale divenire completa il primo brano esplica un’atmosfera meno impetuosa e dedita ad un dialogo più rarefatto e ricercato con Holland che impugna l’archetto. Il trio si congeda con una spumeggiante e originale versione della famosa “All the things you are” firmata da Jerome Kern introdotta da un solo di Wilson che precede l’inserimento di Holland e dello stesso Braxton che sembra aggredire la melodia base del brano prima di accennarne le frasi principali del tema e da lì liberare tutto il suo impeto improvvisativo. Per la seconda parte del cd è di scena il quintetto con Braxton affiancato ai fiati da John Stubblefield che si porta dietro anche un gong e delle percussioni. Holland rimane al contrabbasso mentre alla batteria siede Barry Altschul che opera anche alla marimba e a sopresa si aggiunge una vocalist di classe e di azzardo come Jeanne Lee. L’atmosfera torna a placarsi e il quintetto sembra avviato a plasmare una sintesi tra le diverse anime strumentali, un incastro pensato a dovere da Braxton in sede compositiva e magnificamente ricreato ma soprattutto arricchito grazie alla libertà dell’improvvisazione nella realtà del Town Hall. Braxton è ancora protagonista anche con il dialogo che instaura con Stubblefield e in questo ambito si inseriscono le gesta vocali della Lee: vocalizzi, scat e testi astratti che vanno a  integrarsi perfettamente nello sviluppo della performance in atto, divisa in due parti (PI e PII), della stessa “Composition 6”. In grande evidenza  il pregnante contributo di Holland, l’estro, accostato all’esclusiva attinenza, di Altschul e il variegato campionario di Stubblefield. Una riedizione che assume anche un importanza storica nella conoscenza dello sviluppo dell’opera Braxtoniana sicuramente irrinunciabile. Tra free e avanguardia.



martedì 2 agosto 2011

Intents and Purposes

The Bill Dixon Orchestra

 (RCA Victor) Dynagroove
Questa ristampa di un vinile della seconda metà degli anni sessanta è una delle operazioni culturalmente più utili per la diffusione della musica jazz. Un album tra i più importanti nella storia del jazz d’avanguardia che mancava nelle collezioni di molti appassionati che probabilmente, nell’attesa di una possibile riedizione, si saranno dimenati alla ricerca di qualche buon usato. Ora la che la ristampa è disponibile quale migliore occasione per apprezzare il musicista che né è autore, Bill Dixon, trombettista scomparso recentemente all’età di 84 anni, uno dei musicisti più innovativi nell’evoluzione della musica afroamericana. Attivo fino a pochi mesi prima della sua dipartita si è mosso attraverso una  specifica filosofia espressiva che ha travalicato il jazz andando ad arricchirsi con stilemi e strutture molto vicine alla musica classica e a quella contemporanea. In questo ambito l’elemento che ha poi caratterizzato la specificità del suo jazz è stato il fattore free tradotto attraverso il suo costante inserirsi, all’interno delle partiture, con fraseggi improvvisati dirompenti caratterizzati da toni taglienti su dinamiche e architetture per certi versi rigide e prestabilite. L’opera è caratterizzata da toni gravi e da un andamento drammatico in cui la configurazione dell’orchestra risulta determinante: con una sezione di fiati di 5 elementi, compreso lo stesso Dixon, un violoncello, due contrabbassisti, i noti Reggie Workman e Jim Garrison (peraltro affiancati nel primo brano “Metamorphosis”) e  una batteria. Nel concepimento di questo e dei rimanenti brani, tutti originali e tutti a firma dell’autore, è insita la cultura per l’arte, non solo musicale ma anche pittorica,  coltivata  da Dixon nella sua anima e nella sua mente. L’ album abbonda di trame  intense, travagliate, ricche di tensioni sonore e ritmiche, di pieni orchestrali ma anche di parentesi eteree in cui i fiati si intersecano avanzando e arretrando sul front-line, sempre e comunque in una atmosfera sospesa in un ipotetico equilibrio tra tensione ed emozione. Grande musica ancora oggi dopo oltre quarant’anni dal suo concepimento a dimostrazione della singolare levatura di compositore e musicista  di cui Dixon era dotato che ci aiuta a comprendere  l’assoluta validità di ogni opera che costella la sua ampia discografia  ma anche  l’improrogabile  opportunità, per ogni appassionato di jazz che ancora non lo abbia fatto, di scoprirne i dettagli.

Giuseppe Mavilla

domenica 24 luglio 2011

Electric Fruit

Weasel Walter  Mary Halvorson  Peter Evans

Thirsty Ear Records
Dopo il celebrato “Saturno Sings” ritroviamo l’astro femminile della chitarra jazz, Mary Halvorson, in trio con il trombettista Peter Evans e il batterista Weasel Walter. E’ un incontro che nasce e si sviluppa all’insegna del verbo improvvisare di cui i tre musicisti sono da sempre validi interpreti, musicisti che amano innovare il loro linguaggio jazz ma che soprattutto non si curano di delimitare i confini della loro espressività. La Halvorson ha ormai da tempo rivelato i suoi intenti musicalmente provocatori e la sua prolificità che la porta ad essere presente in vari progetti. I suoni della sua chitarra trasbordano con estrema facilità dal jazz al rock mutando atmosfera e travalicando da ogni contesto. Evans dal canto suo è un trombettista effervescente nel suo incedere e nel suo continuo svincolarsi da modelli di riferimento già definiti. Walter, infine, è un batterista dedito, quanto gli altri due, a percorsi intuitivi e le sue frequentazioni  con nomi, tra gli altri, quali Evan Parker, John Butcher, Marshall Allen e Henry Kaiser, sono una certezza per avventure come quella in oggetto. I frutti elettrici come gli stessi protagonisti li definiscono sono in realtà sei composizioni originali  i cui i tre si inventano ogni sorta di relazione attraverso una miriade di cambi ritmici e di atmosfere sonore. Come quando ti trovi a sfogliare un libro animato non sai mai quale scenografia ti troverai di fronte al girar della pagina, anche all’ascolto di questo cd non sai mai cosa ti troverai ad ascoltare nel successivo brano. Delicati e abrasivi, lirici e spigolosi, ironici e drammatici in un susseguirsi di pause e ammiccamenti, fughe in avanti ora dell’uno ora dell’altro: tutto e il contrario di tutto in un totale e libero abbandono impossibile da etichettare. La chiave di lettura è chiaramente il jazz nella sua forma più libera e imprevedibile ma questi tre protagonisti tracciano un percorso in continua mutazione sicuramente impossibile da descrivere in modo analitico per la vastità e la varietà degli elementi esecutivi, concettualmente avanzati, che ne costituiscono l’essenza. Un must!

lunedì 18 luglio 2011

Kaiso Stories

Other Dimensions In Music 
featuring Fay Victor

Silkhearth Records
“Kaiso Stories is free-jazz project whit classic  calypso lyrics” così Fay Victor  interprete di musica kaiso definisce, nelle esaurienti ed analitiche note di copertina, questa esperienza che la vede coinvolta come vocalist accanto agli Other Dimension, gruppo di free-jazz newyorkese, composto da Roy Campbell e Daniel Carter ai fiati, William Parker, contrabbasso e fiati  e Charle Down batteria e percussioni. Un’idea coltivata  da tempo dallo svedese Lars-Olof Gustavsson per la sua giovane etichetta discografica Silkheart. L’album realizza un’inedita fusione tra due culture musicali estremamente distinte sia come genesi che come evoluzione ma anche come tipologia interpretativa. Da una parte la musica Kaiso che nasce in Africa, subisce l’influenza  del colonialismo spagnolo ed evolve successivamente nel più noto calipso; dall’altra il free-jazz forma totalmente libera, spesso estemporanea, nell’evoluzione moderna della musica afroamericana. Una sintesi apparentemente difficile e quasi improbabile che questo cd smentisce perché grazie alla sensibilità e alle doti  interpretative di questi cinque musicisti la stessa risulta meravigliosamente godibile. Nelle otto tracce che costituiscono l’intera selezione inclusa nel cd, composta esclusivamente da brani più o meno noti del songbook calipso, si apprezza l’invidiabile integrazione della componente soul della musica Kaiso con le dinamiche libere del free: si ascolta una splendida Fay Victor che fa tesoro di esperienze altrui , vedi  Jeanne Lee, e che svolazza con i suoi contributi vocali da una parte all’altra degli ambiti in oggetto, rilevandosi duttile e performante in ogni passaggio. Campbell, Carter, Parker  e Down accolgano a braccia aperte, tra le architetture svincolate da ogni scrittura, la performance della Victor e si inventano percussioni tribali, ritmi ipnotici e inaspettati fraseggi cool quasi a voler stemperare i veementi furori free a cui sono particolarmente adepti. Scambi di ruoli e di culture a tutto beneficio di un progetto ottimamente riuscito.




venerdì 8 luglio 2011

Insomnia

Tim Berne

Clean Feed
E’ un ottetto plasmato a mò di orchestra quello che il sassofonista Tim Berne ha messo insieme in occasione della registrazione dei due lunghi brani  contenuti in questo cd. Era il giugno del 1997 e con lui c’erano Michael Formanek, contrabbasso, Jim Black, batteria, Chris Speed, clarinetto, Baikida Carroll, tromba, Dominique Pifarely, violino, Erik Friedlander, violoncello e Marc Ducret, chitarra acustica 12 corde. Le due tracce “The Proposal” e “Open, Coma” che si dilungano, ognuna, intorno ai trenta minuti, sono rimaste per quattordici lunghi anni accantonati non si sa bene dove e solo oggi sono disponibili anche questa volta grazie alla Clean Feed. Mai come in questo caso verrebbe da dire non è mai troppo tardi e per fortuna aggiungerei, perché l’opera è realmente di gran pregio e non mostra assolutamente gli anni che si porta dietro. Due composizioni concepite con lucida progettualità da Berne che ha raccolto intorno a se musicisti capaci di interpretare le mutevoli atmosfere che si rincorrono dall’inizio alla fine di ogni brano. Da una parte gli umori cameristici degli archi, dall’altra le incursioni in chiave jazz della sezione ritmica e in mezzo le architetture d’avanguardia di sax e clarinetto, il fraseggio fluido della tromba di Carroll e i colori mediterranei della 12 corde di Ducret. Nell’intersecarsi di tutti questi elementi si sviluppano le due composizioni, intense, mutevoli e intellegibili, nella vastità di sonorità e dinamiche che investono l’ascoltatore. Non mancano le pause di ritrovata serenità, i dialoghi minimali a due, i soli imbevuti di estro e magnificenza. C’è tutto ciò che serve a farne un must. 

 Giuseppe Mavilla

  

giovedì 30 giugno 2011

There Was…

Aram Shelton’s Arrive

 Cleanfeed Records
C’è qualcosa di rassicurante e confortevole che coglie al primo ascolto di quest’album del quartetto Arrive del sassofonista Aram Shelton. Accanto a quest’ultimo, all’alto, scopriamo: Jason Adasiewics, attuale vibrafonista di punta, Jason Roebke al contrabbasso e il notissimo, per via delle sue frequentazioni con Ken Vandermark,  Tim Daisy alla batteria. Il loro jazz è un  assortito mix di sonorità old fashioned  su dinamiche e interazioni strutturate in chiave moderna. Il sax  alto di Shelton dal timbro caldo e dall’incedere sinuoso e le conturbanti acrobazie armoniche del vibrafono di Adasiewics sono gli elementi primari su cui si gioca l’intera produzione che mette  ben in evidenza anche l’apporto determinante e sempre in primo piano della sezione ritmica Robke-Daisy. Il tutto è stato registrato nell’agosto del 2008 allo Shape Shoppe di Chicago, città natale di Shelton dove quest’ultimo ama spesso ritornare  e il tutto è oggi a nostra disposizione grazie al certosino lavoro di ricerca e selezione che da sempre l’etichetta portoghese Cleanfeed mette in atto. La traccia iniziale “There Was…” è all’insegna della fluidità   dopo un’intro segnata dal fraseggio lirico del sax del leader; ritmo e contrappunti, in cui si alternano i soli di sax e vibrafono e dialogo tutto ad opera del trittico Adasiewics-Robke-Daisy. Interessante parentesi improvvisativa in “Lost” traccia n.3 con coinvolti esclusivamente il duo Robke-Daisy che poi lascia spazio ad uno sviluppo in trio e in chiave ritmica con Adasiewics in primo piano per chiudersi con un trascinante solo di Shelton intriso di passionalità e feeling. Un dialogo a due, sax-batteria, risalta piacevolmente nella seguente “Fifteen” che mostra anche timidi trasbordi sonori che mutano subito dopo in atmosfere pacate e riflessive. E’ questa in definitiva la tipica struttura dei brani di Shelton che accostano fraseggi dalla sfaccettatura cool o post bop ad una tendenziale esigenza improvvisativa moderna che trova realizzazione ben congegnata e ben collocata all’interno di ogni singola composizione senza per questo inficiarne una piacevolezza armonica che non viene mai meno e che a volte predomina anche certi dialoghi a due come accade tra vibrafono e batteria nella penultima “Frosted”.

Giuseppe Mavilla 

venerdì 17 giugno 2011

Desert Ship

Satoko Fujii  Ma-Do
 
Not Two Records
Il quartetto Ma-Do è un altro dei tanti progetti che vedono impegnata la pianista Satoko Fujii. Musicista attivissima nell’ambito di un jazz fortemente influenzato da componenti d’avanguardia, la giapponese non ha mai risparmiato energia e dirompenza attraverso i suoi tumultuosi umori, dentro e fuori il pentagramma, in ogni progetto in cui è stata coinvolta. Valido e appropriato suo partner sul palcoscenico, in sala d’incisione e nella vita è il trombettista Natsuky Tamura consolidato componente del quartetto peraltro già alla sua seconda esperienza discografica. A dare manforte alla coppia troviamo:  Norikatsu Koreyasu al basso e Akira Horikoshi alla batteria, tutti coinvolti in una selezione di nove brani, esclusivamente originali e totalmente a firma di quella che è poi nei fatti leader del quartetto ovvero della Fujii. Impeto nervoso e interazione avvinghiata si susseguono alternate a qualche frangente appena riflessivo, riempito da  frasi liriche, ad appannaggio di tromba e pianoforte, che tracciano nel suo insieme una performance fortemente intensa intrisa di una libertà espressiva abbondantemente permissiva. Il tutto nell’ambito di uno schematismo preconfezionato ma indubbiamente necessario per disciplinare le inaspettate ma preventivabili bizzarrie di quattro primi attori nell’esercizio dell’improvvisazione. Un drumming percussivo fluorescente e di grande impatto si accosta ai travolgenti contrappunti  della Fujii al pianoforte mentre la tromba di Tamura sventola il suo infinito campionario di tonalità che arriva  a trasbordare in rumorose e stridenti elucubrazioni. Unico in questo suo proporsi, in un illimitato uso delle potenzialità sonore di uno strumento come la tromba, Tamura non esita a rivelarsi anche come delicato dispensatore di sottili melodie dai risvolti struggenti. Sorprendente anche il ruolo di Norikatsu Koreyasu al basso elettrico che da peso e nerbo alla sfaccettatura hard della band; da sottolineare la ricchezza inventiva della sua improvvisazione su una frase ripetuta al piano dalla leader sulla quale poi si innestano i contributi di tromba e batteria. Solo in chiusura i furori sembrano affievolirsi perché la traccia finale “Vapour Trail” sembra disegnare una sorta di quiete dopo la tempesta con il quartetto che volge verso una dimensione più ambient  sulla quale emerge il pianismo straordinariamente delicato, per certi versi intriso d’oriente e così magistralmente adoperato per l’occasione da questa grande artista del jazz contemporaneo.




venerdì 10 giugno 2011

Enesco Re-Imagined

Lucian Ban & John Hébert

Sunnyside Records
Lucian Ban, musicista contemporaneo rumeno, pianista e apprezzato jazzman anche a livello internazionale, incontra il contrabbassista John Hébert, figura tra le più preminenti dell’attuale jazz newyorkese per un progetto sull’opera del suo conterraneo, compositore e direttore d’orchestra, George Enesco. Quest’ultimo virtuoso di violino, vissuto tra il 1881 e il 1955, e da tempo oggetto di culto a Bucarest a tal punto che in quella città si svolge ogni anno un festival per ricordarlo. Dall’edizione 2009 di questo festival, nato nel 1958, ecco materializzarsi il progetto del binomio Ban-Hébert grazie alla partecipazione di un ensemble messo su dai due autori  e che comprende: Ralph Alessi: tromba, Tony Malaby: sax tenore; Mat Maneri: viola; Albrecht Maurer: violino: Gerald Cleaver: batteria; Badal Roy: tabla e percussioni. E’ una sorta di riproposizione in chiave jazz dell’opera di Enesco attraverso una certosina riscrittura di sette composizioni del musicista rumeno. Si è mantenuto il nucleo primario delle composizioni originali e si è poi proceduto ad un accurato innesto di parti libere che hanno dato modo ai vari solisti di conferire alle partiture una sfaccettatura jazz affiancata alle peculiarità etno-folk che le composizioni  già in natura presentavano. Il cd si apre con “Aria et Scherzino……..” composta nel 1909, una melodia dai contorni struggenti, che ricorda il Morricone di “Nuovo Cinema Paradiso”. E’ un ingresso in punta di piedi nell’universo compositivo di Enesco che prelude a porzioni più effervescenti che trovano l’apoteosi nella conclusiva “Symphony n.4 (Unfinished)…….(1934) che Enesco cominciò a scrivere nel 1928 e mai arrivò ad ultimare, le cui partiture sono state ritrovate negli archivi di un museo a lui dedicato a Bucarest. Nell’esecuzione sembrano convergere e sintetizzarsi magnificamente alcune inedite tendenze velatamente svincolate da schemi esclusivamente classici dell’opera di Enesco e il dna jazz dell’ensemble, mentre l’incompletezza della scrittura costituisce per il gruppo l’intrigante invito ad un libero esercizio improvvisativo. Questa in estrema sintesi l’essenza di un’opera, che realizza una contaminazione magnificamente riuscita tra jazz e classica.

lunedì 6 giugno 2011

Sorapis

Franco D’Andrea Quartet
El Gallo Rojo Records

Fluido nei ritmi, sofisticato nelle armonie, libero nelle interazioni. Così appare questo nuovo lavoro del quartetto di Franco D’Andrea, un combo ormai consolidato e ben delineato nella sua identità. Accanto al pianista di Merano, tra gli esponenti più acuti del miglior jazz italiano e internazionale, troviamo i fedelissimi: Andrea Ayassot (sax alto e soprano); Aldo Mella (contrabbasso); Zeno De Rossi (batteria). Come ormai consuetudine nelle produzioni del quartetto, anche in questo secondo lavoro inciso per l’etichetta “El Gallo Rojo”, avvertiamo un’intensità progettuale ed esecutiva di notevole impatto che pur circoscritta in ambiti decisamente jazzistici si mostra impregnata di un'esclusiva originalità in cui predomina il verbo musicale di D’Andrea. Quest’ultimo sintetizza nella sua poetica  un forte elemento insito nella  tradizione jazz che esplica attraverso dinamiche cool e una certa attitudine all’innovazione che trova un suo materializzarsi nell’esercizio dell’improvvisazione che anche questa volta coinvolge in contemporanea i quattro membri del quartetto. C’è poi quell’ idea, riproposta anche in questo contesto, di legare l’uno all’altro due o tre brani a mò di suite intervallandole con piccole pause riflessive dando così maggiore risalto al fattore  mutabilità che si riflette, con ideale regolarità, nell’aspetto evolutivo che questo jazz si porta dentro. Dall’iniziale trittico di  “Tritoni” – “Seste” – “Old Jazz” al finale ironico di “New Calipso” è tutto un susseguirsi di affreschi sonori che richiamano passato e presente del jazz. Ci imbattiamo così nei colori di “Latin Sketch”, nella riproposizione della ellingtoniana “The Single Petal of a Rose” in una versione totalmente ripensata in chiave moderna e nella controllata avanguardia di “Treble and Bass” senza dimenticare il brano che dà il titolo al cd “Sorapis” che già il maestro aveva inciso in solitudine nel 1980. Ovunque brilla l’incedere di questi quattro musicisti con il pianismo esauriente, fitto e multi sfaccettato di D’Andrea, il timbro caldo e l’andamento brioso del sax di Ayssot a cui si aggiunge l’acume ritmico e interpretativo della sezione ritmica Mella-De Rossi.



venerdì 20 maggio 2011

Actionspeak

Thomas Fujiwara & The Hook Up

 482 Music

Da Boston ecco un altro musicista di classe: Thomas Fujiwara, batterista e compositore già più volte a fianco del trombettista Taylor Ho Bynum e membro come quest’ultimo de The Thirteenth Assembly. In  esta produzione discografica, opera prima a suo nome lo propone a fiancoo come quest'vi quale è la downtown nequesta produzione discografica, opera prima a suo nome, si propone a fianco del quartetto Hook Up in cui ritroviamo l’attuale stella della chitarra jazz, Mary Harvolson e il trombettista Jonathan Finlayson con l’aggiunta di Brian Settles al sax tenore e Danton Boller al contrabbasso. Cinque musicisti, con il leader, dediti a tracciare una cifra stilistica di assoluto valore che spazia dal cool jazz al funky mescolando post e free bop attraverso sette tracce originali. Tracce ognuna delle quali ben distinguibile dall’altra, per struttura e identità, tutte comunque caratterizzate dal front-line dei fiati della coppia Finlayson-Settles e dalle elucubrazioni chitarristiche della Harvolson che certamente imprime all’intera produzione un impronta decisamente innovativa.
Dinamiche fluide come nell’iniziale “The Hunt” intrise di sonorità raffinate e moderne; ballate liriche come “Questions”, terreno invitante per i pregevoli fraseggi dei fiati; stimoli libertari come nella conclusiva “Soundtrack to Romance”. Nei fatti un ampio campionario di sorprese e soluzioni con il leader che si fa apprezzare sia come fine compositore che come strumentista per i suoi interventi sempre appropriati e assolutamente godibili non sempre avvertibili al primo approccio, il che rende ancora più stimolante ogni successivo ascolto. 


mercoledì 18 maggio 2011

Saturno Sings

Mary Harvolson

Firehouse12 Records

Individuata come una delle realtà più interessanti della scena jazz d’avanguardia newyorkese la chitarrista Mary Harvolson con questo album dimostra di essere anche in grado di cadenzare con perfetto equilibrio, in un lavoro discografico, i variegati umori e gli intriganti azzardi che la sua vena artistica gli suggerisce. Divulgatrice di un originale stile chitarristico la Harvolson si circonda in questa occasione di un quartetto che vede allineati in ideale armonia i suoi due fidi scudieri ritmici: il contrabbassista John Hébert e il batterista Ches Smith e i fiati di Jonathan Finalyson, tromba e Jon Irabagon, sax. Dieci i brani che compongono la selezione permeati da atmosfere cangianti che si muovono nell’ambito di un bop moderno, come può sempre risultare dal coinvolgimento di musicisti giovani che inevitabilmente portino dentro il loro dna musicale influenze riconducibili ad espressività musicali estranee al jazz. Il tutto accade all’interno di composizioni con una chiara struttura concettualmente jazz e dove la chitarra della leader è certamente in primo piano con i suoi timbri cangianti e le sue dinamiche evolutive sempre in costante interazione con i fiati in un esercizio esecutivo che alterna fraseggi a contrappunti. In questi ambiti la Harlvolson esibisce il frutto di tutta la sua genialità, dettando cambi di tempo, sbalzi di umori espressivi, improvvise e distorte incursioni chiaramente rockeggianti. Ma non è tutto perché durante l’ascolto ci si imbatte anche in delicate ballate impregnate di blues o di sonorità e ritmi vagamente latineggianti Tra i solchi di quella che può di certo essere definita un’ottima produzione discografica si scorgono una gran quantità di spunti innovativi e contaminanti che disegnano chiaramente il profilo di una musicista in grado di apportare nuova linfa al jazz moderno.

 Giuseppe Mavilla

domenica 15 maggio 2011

Some Other Place

Agustí Fernádez / Barry Guy

Maya Records
Quella tra Agustí Fernádez al piano e Barry Guy al contrabbasso è  una frequentazione di comuni ambiti che ha consentito ad entrambi di intavolare, da una decade, un’intesa che dopo essere stata ampiamente collaudata nell’orchestra dello svizzero Guy, di cui il pianista è membro, trova magnifica esplicazione in questo cd. I due dilatano il loro confronto attraverso un interplay dalle sfaccettature variabili che evidenzia porzioni liriche ma anche sonorità dissonanti ed estreme. Ogni brano nasce come una composizione strutturata per l’interpretazione in duo e contiene al suo interno una cellula ben definita, per estensione e sostanza, riservata all’improvvisazione. E’ un jazz europeo imbevuto di umori minimalisti e filosofie d’avanguardia ma anche di una sottile vena romantica certamente insita nella formazione del pianista natio di Palma di Maiorca. L’intro dell’iniziale “Annalisa” può ingannare per l’elegante e armonico fraseggio ma le tracce successive esibiscono un ricco campionario di atmosfere mutanti in cui due musicisti si fanno notevolmente apprezzare come strumentisti.
“Dark Energy”, penultima traccia della selezione, è il compendio più esplicativo dell’audace equilibrismo sonoro che pervade l’intera opera.

 

martedì 10 maggio 2011

Amnesia Brown

Kirki Knuffke

Clean Feed Records
Dalla scena Downtown di New York l’attivissima etichetta portoghese Cleen Feed pesca un trio esotico e stimolante. Sono tre musicisti membri della Butch Morris Nublu Orchestra: Kirk Knuffke, trombettista, Kenny Wollesen, batterista e Doug Wieselman, clarinetto e chitarra elettrica. Questo lavoro è un gustoso pot-porri di esotiche composizioni firmate dal trombettista, leader del trio,  ispirate ad una sospetta amnesia di un membro della sua famiglia. Sedici composizioni per altrettanti interpretazioni che si dipanano attraverso un free bop di base che si contorna di volta in volta di ironia, imprevedibilità, ritmi danzabili e fitta interazione. I toni sinuosi e lirici in primo piano quando sono in scena i due fiati si fanno abrasivi appena Wieselman mette da parte il clarinetto e imbraccia la chitarra elettrica mentre a volte  affiora, come in “2nd”, un atmosfera percettibilmente friselliana. La ritmica è affidata all’instancabile contributo di Wollensen che si dimostra determinante fantasioso e ispirato. Divertente e intrigante questo lavoro incuriosisce per il senso di sobrietà che farebbe supporre la breve durata dei brani e la semplicità di alcune melodie in contrapposizione ad una reale e costante creatività, che invece sgorga a iosa brano dopo brano fino alla conclusiva e lirica “Anne”.


 

sabato 30 aprile 2011

Byzantine Monkey

John Hébert

Firehouse 12 Records
Ha dentro il seme della tradizione musicale della Louisiana questo cd del contrabbassista John Hébert inciso in compagnia di Tony Malaby, sax tenore e soprano, Michael Attias.contralto e baritono, Adam Kolker, flauti e clarone, Nasheet Waits, batteria e Satoshi Takeishi, percussioni. Se ne ha prova in apertura della prima traccia “La Reine de la salle” quando ad un sampler tradizionale cajun si affianca l’improvvisazione del leader al contrabbasso, prima che un riff di fiati e percussioni trasmuti l’atmosfera verso territori free seppur velati di accenni world. Prende il via da qui l’avventura di Hébert che riserva stimolanti ambientazioni sonore come in "Acrid Landscape" composizione articolata con un tema avvolgente e sviluppo in totale libertà. "Run for the Hills” evidenzia invece un’architettura a stadi evolutivi: introdotta con toni classicheggianti dai tre fiati e liberata attraverso un duetto tra contrabbasso e percussioni che prelude al completo coinvolgimento di tutto il gruppo. Non mancano delicate ballate come “Ciao Monkey”, dai fraseggi danzanti densi di liricità ed  un emozionante omaggio, “For A.H.”, al grande Andrew Hill il cui spirito sembra aleggiare qua e là tra i dieci brani della selezione. Un’infinità di sorprese che si dispiegano ascolto dopo ascolto. 

giovedì 28 aprile 2011

Ways & Means

James Carney Group

Songlines
Il pianista James Carney sembra particolarmente attratto dagli spunti ispirativi che un rapporto jazz-immagini può suscitare. Nel 2006, nell’ambito dell’International Film Festival di Syracuse, sua città natìa nello stato di New York, musicò, con lusinghieri risultati, un film muto di Edward Slogan datato 1925. Con questo recente cd, in formato SACD ibrido, va oltre e realizza una virtuale colonna sonora per delle immagini inesistenti. Su commissione della Chamber Music America e della Boris Duke Charitable Foundation, Carney propone sei composizione originali a sua firma e tre libere improvvisazioni accreditabili all’intero gruppo che lo affianca: Peter Epstain e Tony Malaby sax; Ralph Alessi tromba; Josh Roseman trombone; Chris Lightcap contrabbasso; Mark Ferber drums. Scrittura e improvvisazione secondo i canoni cinematografici ma senza i tempi e i limiti che questi impongono. Nel prezioso calderone di situazioni scopriamo: swinganti dialoghi, lampi di free, spruzzate di cool e avvolgenti blues. Mettetevi comodi e chiudete gli occhi.

 Giuseppe Mavilla 

mercoledì 27 aprile 2011

Eternal Interlude

John Hollenbeck Large Ensemble

Sunnyside Records
Non sbaglia un colpo il percussionista John Hollenbeck, la sua attività discografica risulta sempre più prolifica e aperta su vari fronti. Questo cd documenta un’altra incisione con un large ensemble, in cui si ritrovano tra i nomi eccellenti, ma anche più noti: Tony Malaby ed Ellery Eskelin ai fiati, Guy Versace, tastiere, Kermit Driscoll al contrabbasso e Theo Bleckmann alla voce. Ma l’orchestra consta di venti elementi oltre al leader, e gli ambiti espressivi sono ampi e senza distinguo: dalla classica al jazz attraverso un ipotetico percorso in divenire. Un sorta di componimento sonoro dove nulla è lasciato al caso e niente è inutile, in assoluta coerenza tra le parti. Hollenbeck si rivela ancora una volta un vulcano di idee, una fonte di invenzioni che metabolizzano una miriade di stili. Nelle sei composizioni, di cui ben cinque commissionate da altrettanti istituzioni musicali internazionali, si ritrovano passaggi eterei, dialoghi interattivi, oasi di profonda liricità, energiche schizofrenie. Il brano che titola il cd ne è l’esempio più illuminante ma le frenesie ritmiche di “Guarana”  o il soffuso fischiettio di un improvvisato coro in “The Cloud”, danno l’idea di quanto siano infinite le latitudini in cui l’estro di Hollenbeck arriva ad espandersi. 

Un must firmato Satoko Fujii

Summer Suite

Satoko Fujii Orchestra New York

Libra Records
Dopo il trio ecco l’orchestra di New York, un altro dei tanti ambiti in cui si muove la pianista Satoko Fujii. Siamo in piena downtown  e nelle file di quella che è solo una delle quattro orchestre da lei dirette (Kobe, Nagoya e Tokio, le altre) si scoprono fior di musicisti dalla fervida attività e dagli umori musicali fortemente liberi. Alcuni nomi: Oscar Noriega, Briggan Krauss, Ellery Eskelin e Toni Malaby ai sax, l’onnipresente Tamura con Herb Robertson e Steve Bernstein alle trombe, Joe Fielder ai tromboni. Una sezione di fiati vibrante dal  un suono vigoroso e potente irrorato da una sezione ritmica composta da Stomu Takeishi al basso e Aaron Alexander alla batteria. L’introduzione della prima traccia, l’estesa Summer Suite, dà l’idea di ciò che riserva l’ascolto dell’intero cd, ovvero, una spumeggiante big band  che metabolizza, fra temi e improvvisazione, in tre composizioni originali, anche queste a firma Fujii, fermenti free, riff swinganti da grandi orchestre del passato e sofisticati impasti sonori da cui si dipanano improvvise intrusioni boppistiche. Il tutto ottimamente condensato da Saboto Fujii in una miscela esplosiva dove si ritrovano calibrate, con acume,  rispetto per la tradizione e fremente voglia d’innovazione.


Chun

Natsuki Tanura – Satoko Fujii

Libra Records
In duo con l’inseparabile trombettista Natsuki Tamura, la pianista Satoko Fujii confeziona un’altra produzione discografica che le dà modo di spaziare su vasti territori musicali che inglobano un’espressività complessa e non etichettabile. Prevale la componente jazz rilevabile nell’inventiva e nello stretto interplay tra i due, quando le trame musicali li vedono rincorrersi o sovrapporre all’unisono i suoni dei loro strumenti; si scorge il tratto d’avanguardia attraverso un pianismo maestoso e le dissonanti sfumature della tromba.
Inaspettato arriva anche lo sconfinamento nella musica classica evidenziabile in taluni passaggi o fraseggi caratterizzati, paradossalmente, da una sorta di romanticismo e non manca nemmeno la parentesi sperimentale, esigua, ma decisamente votata a fughe rumorose. E’ in definitiva un grande affresco sonoro con due musicisti che nella loro solitudine appaiono avvinghiati in un connubio forte e consolidato, interpreti di un gioco musicale fatto di incastri e rimandi che la Fujii conduce dall’alto di una personalità artistica non comune, sue le nove composizioni che ispirano ed esaltano Tamura. Un gioco che trova naturale sublimazione nella conclusiva “Triangle”, ventidue minuti di pura ebbrezza sonora.


Giuseppe Mavilla





 Chi sono?
        

Un appassionato ascoltatore di jazz, ma anche un critico del settore perché ormai da anni scrivo su varie testate.
Sono socio della Sidma (Società Italiana di Musicologia Afroamericana) per la quale ho realizzato, su incarico dell’Istituto Verga di Modica,il progetto “Jazz…le note inarrestabili”.

Per professione?

Mi occupo di informatica presso un ente pubblico

Le mie letture?

Tutto ciò che riguarda il jazz, l’attualità e la filosofia.

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Sided Silver Solid

Carl Maguire’s Floriculture
Firehouse12 Records
E’ complessa e sofisticata la materia prima di questo cd: jazz moderno dalle strutture articolate e dalle ampie dinamiche racchiuse in sette composizioni del pianista Carl Maguire, nativo del Wisconsin nella cui Università ha studiato improvvisazione con Roscoe Mitchell. Oggi vive a New York e questa è la seconda produzione discografica del suo Floriculture, ora in quintetto con Oscar Noriega clarinetti e sax alto, Stefanie Griffin viola, John Hebert contrabbasso e Dan Weiss batteria. Determinante la presenza dei primi due perché  fiati e  viola sono gli elementi che ne caratterizzano maggiormente il suono e le atmosfere. Quando è al clarinetto Noriega trova spesso un’assonanza nella viola della Griffin così da sprigionare un alone  cameristico e drammatico. Si muovono in simbiosi i due e appaino vincolati da un esclusivo dialogo anche nelle parti improvvisate dove la Griffin non lesina sonorità aspre e lancinanti. Maguire al pianoforte da l’idea di possedere un tocco personalissimo che sintetizza insieme elementi classici e jazz sorprendendo al piano elettrico in “Basic Botany” dove la pregevole sezione ritmica Herbet-Waiss si ritaglia un breve ma gustosissimo dialogo a due. Un cd che si rivela ascolto dopo ascolto attraverso sinuosi fraseggi  e spigolature corroboranti.


martedì 26 aprile 2011

Voladores

Tony Malaby’s Apparitions
 Cleen Feed Records






Il sassofonista Tony Malaby ripropone il suo quartetto “Apparitions” con Drew Gress al contrabbasso, Tom Rainey alla batteria e John Hollenbeck, sostituto di Michael Sarin, alle percussioni. Sei composizioni originali a firma del leader, tre improvvisazioni di gruppo e la ripresa di un brano di Ornette Coleman, “Homogenus Emotion”, mai inciso dall’autore, per un cd che prende il nome da una singolare danza della tradizione popolare messicana. Una conferma per Malaby sempre più prolifico e presente sulla scena newyorkese anche perché  richiesto in molte produzione altrui. Nel contesto in oggetto si evidenzia una volta di più il fraseggio vibrante e avvolgente, ossessivo e generoso del sassofonista. Una forza propulsiva che alcune volte assume le sembianze di un lamento introspettivo, intriso di spiritualità coltraniana, e altre volte calca territori di ricerca, come in “East Bay”, mentre nella conclusiva “Lilas” assume toni lirici e sinuosità world. Più che appropriato il drumming nervoso di Rainey e l’esotismo colorato dell’ampio catalogo strumentale di Hollenbeck nonchè il tratto raffinato, mai a corto della componente armonica, di Gress: l’intuizione geniale che non poteva mancare a fianco di Malaby.  Un mosaico quadrangolare argutamente pensato e magnificamente riuscito.   



(un)sentimental

The Thirteenth Assembly

Important Music

Una breve e sghemba ballata non a caso definita “Unfinished Ballad” apre questa succinta, poco più di 37 minuti, ma inaspettata produzione discografica che unisce alcuni degli esponenti più giovani ed eclettici della scena jazz newyorkese. Ognuno di loro ha già avuto più di una occasione per confrontarsi con l’altro, con chi adesso è al suo fianco a condividere questa esperienza. Qualcuno si porta dietro referenze importanti, come il cornettista Taylor Ho Bynum, referenze che di certo bada bene a non far pesare sul talento di musicisti come: Jessica Pavone, violino, Mary Harvolson, chitarra e Tomas Fujiwara, batteria. Qui tutti insiemi costruiscono una sorta di mosaico dagli incastri perfetti delineando un microcosmo sonoro piacevolmente indefinibile. Creatività e ironia, improvvisazione e perfino qualche ballata struggente dove elementi propri di vari linguaggi musicali risultano appena captabili perché metabolizzati attraverso una dialettica d’avanguardia che delimita, con appropriato acume, anche i ruoli di ognuno. Badano bene a non strafare o annoiare pur non rinunciando ad esibire le singolari peculiarità che li accostano ai loro strumenti e che ne fanno musicisti inconfondibili e sicure certezze per il futuro del jazz contemporaneo.

Less is more

Who Trio

Cleen Feed

Non ci sono fragori tra i solchi di questo cd, l’interazione tra il pianista Michel Wintsch, il contrabbassista Bänz Oester e il batterista Gerry Hemingway si realizza per buona parte all’insegna dell’introspezione e del minimalismo. Un lessico sussurrato che ricorda in taluni passaggi atmosfere di jarrettiana memoria e che in diversi episodi oltrepassa i confini della musica afroamericana. Tutto appare avvolto nell’aurea di un infinito sonoro velato e inafferrabile, dove il dialogo fra i tre protagonisti si incunea alternando fraseggi di elegante melodia a sottili tensioni che nervosamente pervadono taluni brani. Tutto rimane sospeso in un non svolgersi, in una incertezza indefinita. Profondo e raffinato il pianismo dello svizzero Wintsch, inevitabilmente intriso di cultura europea, in special modo nella prima parte di “Wedding Suite”. Accanto il delicato ma ricco percussionismo di Hemingway e  l’incedere incisivo e preciso del  contrabbasso di Oester. Appaiono distaccati protagonisti con nonchalance di un gioco fatto di suggerimenti e di accenni con il quale sembrano trascendere la realtà, immersi in un interplay denso d’intimità che incanta e trasporta. Viaggiamo con loro nell’incertezza di una idealità sonora fuggevole ma per una volta magicamente reale.  


Quartet (Moscow) 2008

Anthony Braxton

Leo Records


Evolve in quartetto il Diamond Curtain Wall Trio del sassofonista Anthony Braxton che aggiunge Katherine Young al fagotto ai già acclusi Taylor Ho Bynum ai fiati e Mary Harvolson alla chitarra. Tutti rigorosamente allievi del grande maestro ed impegnati in un percorso dagli orizzonti più ampi, rispetto all’esperienza della Gost Trance Music, in cui si evidenzia l’uso di un laptop e del software Super-Collider.
La registrazione, dal vivo a Mosca nel luglio 2008, si snoda attraverso due composizioni la “367B” ed “Encore” ma l’essenza dell’opera è tutta racchiusa nella prima delle due, settanta minuti in cui il quartetto avvolge il suono sintetico del quinto elemento, a volte sottilmente velato altre volte stridente e incalzante, in un vortice di musica in continua ebollizione. Non mancano  momenti di distensione mai avulsi e impropri nelle dinamiche variabili della DCWM. Le  incursioni del vasto campionario di fiati che la coppia Braxton-Ho Bynum mette in campo si caratterizzano per le innumerevoli variazioni tonali e ritmiche, contrappuntati dagli interventi cameristici della Young e dal trasversalismo chitarristico della Harlvorson. Ma ciò che più sorprende è come il quartetto riesce a celare l’elemento informatico tra le pieghe di una tangibile fisicità sonora. 
  
 Giuseppe Mavilla